APPUNTI
Argomenti di spiritualità cattolica
Anno 2025
Prefazione
Questo aggiornamento degli Appunti di spiritualità cattolica datato 2025, vuole solo rappresentare una base per sviluppare idee secondo le linee dell’assoluta fedeltà alla dottrina della Chiesa cattolica.
Mi rendo conto che questi spunti contengono schematismi e imprecisioni, e che perciò sono da modificare, precisare e ampliare, e che molte idee sono da valutare come ipotesi, ma, come detto, non pretendono altro che essere delle idee “prese” al volo, come degli schizzi da mettere in archivio e su cui poi si possa eventualmente studiare.
Natura e grazia
In
un certo senso le strutture umane sono necessarie perché la grazia si manifesti
nella vita sociale e politica, un po’ come il cibo è necessario affinché
l’anima possa manifestarsi attraverso il corpo.
Così la cultura rispetto alla fede.
L’uomo tende a materializzare e a concretizzare lo spirituale con degli atti, e
a spiritualizzare il concreto: il valore mistico di un’azione è maggiore e
oltrepassa l’azione concreta in sé stessa.
Così non tutto ciò che nella Chiesa è spirituale ha una diretta corrispondenza
nel concreto, ma tutto ciò che nella Chiesa si manifesta nel concreto ha
valenza spirituale.
Tutto si ricapitola in Cristo nel concreto di ogni persona.
Non tutto ciò che si realizza spiritualmente si concretizza, e ciò che si
concretizza fruttifica solo nella carità.
Benedizione in Abramo
Come
in Abramo sono benedette tutte le famiglie della terra (cfr. Gn 12,3), così, in
qualche modo, Abramo è benedetto in tutte le famiglie: la santità di ognuno è
in qualche modo in relazione a quella degli altri.
Per cui l’aumento della santità della Chiesa e nella Chiesa, a cui ognuno può
contribuire, giova a ogni suo membro.
Una base a cui, comunque, ogni anima sarà vincolata in eterno è la quantità di
santità essenziale che ognuno ha ottenuto di per sé sulla terra.
Croce e croci
Si
capisce davvero la gioia cristiana quando si accetta incondizionatamente la
Croce di Cristo nella propria vita.
Infatti chi ama trova nella Croce, cioè in Cristo, l’amore, che è la fonte
della gioia e non della sofferenza, anche se in questa vita è in stretta
relazione con la sofferenza.
Per questo i santi possono chiedere tutto, perché non pongono condizioni e non
hanno interessi.
Perciò la gioia cristiana non è data dall’assenza della sofferenza ma, anzi,
attraverso la sofferenza si irrobustisce.
L’unico modo per sfuggire alle croci che schiacciano è abbracciare la Croce di
Cristo.
Comunicazione
Il
meccanismo materiale di informazione-risposta di per sé non significa ancora
comunicazione, almeno non a livello umano, ma piuttosto quello di
azione-reazione.
La comunicazione umana, infatti, chiama in causa lo spirito (e, a livello
soprannaturale, lo Spirito Santo), in quanto consiste essenzialmente nel
manifestare e donare sé stessi.
Intelligenza e conoscenza
L’intelligenza
è ordinata alla conoscenza e, perciò, alla vita, e quindi anche alla gioia e
alla felicità.
Chi è più felice, perciò, è essenzialmente più intelligente. Cioè più si
realizza anche intellettualmente.
Occorre usare l’intelligenza intelligentemente, esprimendo l’intelligenza
dell’intelligenza, ovvero la sapienza.
L’intelligenza è intelligente quando raggiunge il suo fine di vita e felicità,
e perciò di conoscenza piena.
Luoghi santi e tempi santi
I
luoghi santi hanno, se così si può dire, una “corrispondenza” in Cielo, e i
tempi santi ce l’hanno nell’Eternità.
Dice infatti Gesù: “Chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui
che l’abita” (Mt 23,21).
I luoghi santi sono simili alle opere della legge: se vissuti in modo legalista
e non secondo la grazia, favoriscono il fariseismo.
I luoghi santi sono, rispetto alla carità, come il cibo materiale rispetto a
quello spirituale.
Entrambi sono necessari e regolati dalla Provvidenza, solo che sono di ordine e
grado differenti.
Il cibo materiale (ma anche la permissione della penuria di cibo) è una grazia
attuale, cioè un dono che va finalizzato al bene integrale dell’uomo e
soprattutto alla sua santificazione.
San Paolo, nella lettera ai Romani, dice che chi mangia certi cibi lo fa per il
Signore e chi non ne mangia lo fa per il Signore. E in un’altra occasione dice:
“Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra
cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1Cor 10,31).
Pellegrinaggi
Che
forse chi è cieco non può venerare l’Icona della Divina Misericordia perché non
la vede? No di certo!
Il desiderio, attraverso la grazia, può tutto. Del resto lo spirito, e
soprattutto lo Spirito Santo, supera la natura umana anche quando le manca
qualcosa secondo la sua natura, perché lo Spirito di Dio, e anche lo spirito
umano, sono superiori alla materia.
Infatti la vista è donata da Dio anche in funzione dei buoni desideri.
Come Gesù che, pur essendo un ebreo, aveva ed ha una missione universale.
Memoriale
In
Cristo, in un certo modo, tutto può essere memoriale, ma il Memoriale sta al
resto così come, in qualche modo, un libro di spiritualità sta alla Bibbia.
Il Memoriale si realizza nell’Eucaristia, ma, attraverso la comunione con
Cristo, anche un pensiero, un desiderio, un ricordo… si possono
“eucaristizzare”.
Libertà
L’uomo è libero quando fa cose che gli permettono di essere libero, e perciò uomo.
Chi tiene conto solo di una parte della realtà (sé stesso), non è nella verità e perciò non si realizza, così come non si realizzerebbe chi considera la propria casa come tutto il mondo, rimanendone prigioniero.
Stupore
Come chi parla della musica di Mozart senza stupore è perché non la capisce, così è chi parla senza stupore di Dio e della sua paternità non lo conosce.
Esigenza di Dio
Con Dio si ha essenzialmente bisogno solo di Dio. Cioè Dio è il bisogno fondamentale, e gli altri bisogni, pur autentici, sono in certo modo compresi ed espressione del bisogno di Dio.
In Dio non c’è bisogno neanche di essere bisognosi, perché tutte le esigenze umane sono finalizzate a lui, che è l’esigenza fondamentale, l’unica vera nostra esigenza.
Per questo già in questa vita i poveri, i malati e i sofferenti, si possono pienamente realizzare, mentre chi non manca umanamente di nulla (per quanto possibile) può non riuscirvi.
Propositi
Non mantenere dei propositi e sentirsi miseri e limitati è meglio che mantenerli e sentirsi “bravi”.
Opere
Le opere umane, in qualche modo, si “trasformano” nella sostanza di ciò che riempie il cuore: le opere fatte con amore, perciò, si trasformano in amore.
Accettare croci e doni
Sia accettare le croci sia accettare i doni che Dio manda comporta un rinnegamento di sé stessi.
I doni, infatti, devono essere accettati per servire, cioè vengono accettati nell’ottica della Croce, che è nell’ottica dell’amore.
Dio bambino
Gesù ama i bambini perché l’essenza dell’essere bambino viene da Dio e si realizza in Dio.
Azione divina
A livello essenziale Dio interagisce di più con chi è più santo, ma a livello “visibile” non è detto, cosicché una certa azione divina può apparire con più evidenza in chi è meno santo.
I motivi sono vari, ad esempio quado il meno santo è più aperto psicologicamente, e Dio ritiene opportuno agire soprattutto in lui al fine di favorire il cammino di santità di ognuno.
Volontà nei bambini piccoli?
Quando la volontà non può essere esercitata direttamente, come nel caso dei bambini piccoli, si potrebbe supporre che, almeno remotamente, sia comunque orientata al bene nonostante il peccato originale, in quanto tutto tende a Dio, a meno di un atto di volontà contrario.
“Chi non è contro di voi è per voi”, dice Gesù agli Apostoli.
Tutto nel Tutto
Dio è tutto ciò che io sono (ma infinitamente e soprannaturalmente di più) e tutto ciò che io non sono ma a cui, consciamente o inconsciamente, anelo (e anelo all’universalità).
E perciò, in certo modo, io sono anche ciò che non sono ma è da Dio.
Per questo mi realizzo, anche se come finito, come tutto nel Tutto.
E in Dio, che pur essendo il Totalmente Altro è in un certo senso più in me di me, che trovo me.
Ed è da lui che nasce la comunione con gli altri.
Rigidità e verità
La verità è quella che è, cioè non si può cambiare, perciò è rigida. Ma la rigidità in una persona è un grosso limite. Come si può allora riconoscere le persone rigide?
Chi è aperto, cioè chi non è rigido, si adatta alla verità anche a costo di cambiare idea; chi è rigido, invece, vuole adattare la verità a sé, come se lui fosse una sorta di “metro campione”, come quello esposto in Francia presso l’Ufficio Internazionale dei Pesi e delle Misure.
All’interno del mondo ecclesiale, perciò, rigidi sono i modernisti, che vogliono cambiare la verità creduta da sempre e ovunque nella loro verità.
L’amore di Dio
Nel Segreto Meraviglioso del Santo Rosario, il Montfort scrive che il dotto e santo teologo Suarez, gesuita, diceva che volentieri avrebbe dato tutta la sua scienza in cambio dei meriti di un’Ave Maria, e san Giuseppe Cafasso soleva dire che santa Teresa d’Avila, in una sua apparizione, disse: “Se potessi tornare sulla Terra per acquistare il merito di un’Ave Maria, lo farei immediatamente”.
E quando padre Matteo Crawley-Boevey fu ricevuto da Papa Pio X e gli chiese il permesso di iniziare un’opera di apostolato che mettesse in risalto le promesse del Sacro Cuore di Gesù fatte a santa Maria Margherita Alacoque, il santo Papa gli rispose: “No figlio mio, non ve lo permetto, ma vi ordino di spendere la vostra vita per questa opera di salvezza sociale” (Attilio Borzi, La divina misericordia; pag. 52, Casa Mariana Frigento, 1988).
Se Papa San Pio X considerava le promesse del Sacro Cuore di Gesù un’opera di salvezza sociale, e se la preghiera fa ottenere una così grande ricompensa in Cielo, come non vedere nella dimenticanza delle promesse del Sacro cuore e nell’attivismo odierno un ostacolo e uno scandalo per la salvezza delle anime? Una sorta di materialismo pratico anche in campo ecclesiale?
Rivelazioni private e carismi
San
Paolo Apostolo afferma che la profezia è imperfetta (cfr. 1Cor 13,9) e san
Giovanni della Croce arriva a dire che perfino nelle profezie autentiche Dio
può permettere che si intrometta il demonio.
Per questo è tanto importante il discernimento e, soprattutto, il discernimento
della Chiesa.
Tanto più che, per sant’Alfonso Maria de’ Liguori, le false visioni sono più
numerose delle autentiche.
Prendiamo, ad esempio, la congregazione religiosa che, secondo le parole di
Gesù a santa Faustina Kowalska, ella avrebbe dovuto fondare ma che non è mai
stata canonicamente eretta: si deve ancora realizzare? Oppure si è già
spiritualmente realizzata tra i seguaci della Divina Misericordia? O ci sono
stati impedimenti umani che l’hanno ostacolata, cioè una mancata risposta da
parte di qualcuno? O per suor Faustina si è realizzata nel desiderio e
misticamente?
Scrive Papa Pio IV nella Bolla di approvazione del miracolo eucaristico di Monrovalle: “La Sacrosanta Chiesa Romana… desidera prima di tutto la purezza della religione cristiana, e allo stesso tempo vigila incessantemente affinché non si dia fede a falsi miracoli… giudicando che in tutte le cose, ma soprattutto in quelle che riguardano la fede, non bisogna credere in maniera sconsiderata” (J. Ladame – R. Duvin, I miracoli eucaristici, pag. 104-105, Edizioni Dehoniane, Roma, 1995).
Sapienza
Papa
Giovanni Paolo II, citando san Cirillo di Alessandria, afferma che chi è
partecipe a Cristo “avrà in sé stesso la sorgente degli insegnamenti divini,
sì da non aver più bisogno dei consigli degli altri” (Udienza generale, 17
aprile 2002).
Scrive papa Giovanni Paolo II, citando sant’Agostino: “Se dunque non puoi
leggere una ad una tutte le pagine della Scrittura… abbi la carità, da cui
tutto dipende. Così saprai non solo ciò che ivi avrai appreso, ma anche ciò che
ancora non vi hai potuto apprendere” (Messaggio per la Giornata del Malato,
1999).
Figli
A
Medjugorje la Madonna ha detto: “Più figli avete, meglio è”.
Tale frase, che ha forse anche un risvolto profetico per i nostri tempi, non
deve però essere interpretata in contraddizione con ciò che la Chiesa insegna
sulla paternità e maternità responsabile (cfr. Giovanni Paolo II, Angelus, 17
luglio 1994). Per cui si può dire che Maria insegna che è bene mettere al mondo
il numero di figli più opportuno, numero che è in relazione con la generosità
di entrambi i coniugi.
Fatto sta che quando la veggente Ivanka, che ha tre figli, insieme al marito
decise di aprirsi al terzo figlio, la Madonna la ringraziò. Evidentemente fece
un atto di generosità, che non vuol dire necessariamente che, se avesse optato
per rimanere con due figli, sarebbe stata assolutamente egoista.
Del resto, gli altri veggenti di Medjugorje hanno quattro figli (Marja e Ivan),
tre figli (Jakov) e due figli (Mirjana, Vicka). Occorre essere ragionevoli
nella generosità e generosi nella ragionevolezza.
I figli in più rispetto a quelli opportuni si trasformano comunque in
benedizione, perché Dio scrive dritto anche sulle righe storte. Un po’ come,
fatte le dovute differenze, quelle prove che Dio non voleva darci se fossimo
stati abbastanza convertiti, ma che permette proprio per convertirci e che, se
accettate, possono essere fonte di grandi e straordinarie grazie, purché
abbiamo consapevolezza dei nostri errori e dei nostri limiti.
Halloween
Perché,
ordinariamente, il Carnevale, se senza eccessi, è moralmente accettabile,
mentre Halloween non lo è, visto che ambedue i fenomeni sono di origine pagana?
Perché il Carnevale è ormai purificato dall’esoterismo e dal paganesimo ad
opera della cultura cristiana, mentre Halloween no, anche se in certe occasioni
si manifesta come una carnevalata, cioè al modo del Carnevale, e quindi, di per
sé, in un modo che appare innocuo.
In ogni caso il vero Halloween è terribilmente serio nella sua funzione
anticristiana.
Infatti è da tenere conto non solo che coincide con la vigilia della festa di
Tutti i Santi, per cui può distrarre dal messaggio cristiano, ma anche del
fatto che, mentre il Carnevale, da festa pagana, si è trasformato in qualcosa
di per sé non pericoloso, Halloween è stato riscoperto e introdotto nella
società occidentale proprio in funzione anticristiana e proprio quella notte,
al di là delle mascherate, avvengono riti satanici.
Ragione e intuito
Ragionare
è come navigare di notte in mezzo a un temporale, avendo però saldo il timone e
deducendo la rotta dalle carte nautiche con precisione.
L’intuizione è come un lampo nella notte che, in un istante e spesso solo per
un momento, fa vedere ciò che con la sola ragione non si vede.
L’intuito può far vedere la meta, indirizzando con decisione la navigazione. Ma
può anche far vedere altre isole lontane e perfino continenti sconosciuti da
esplorare, che però non fanno deviare se non sono la priorità stabilita o se si
ritiene troppo dispendioso navigare fino ad essi.
Conoscenza della verità
Conoscere
la verità dà gioia perché si ama la verità e l’amore dà gioia. Anzi, è gioia, è
la fonte della gioia.
È l’amore che nell’uomo vuole conoscere la verità per amare, esserne attratto.
Ed è l’Amore che si fa conoscere per attrarre e far amare colui che cerca il
fine del suo amore, della sua attrazione, della sua ricerca.
La carità è la gioia della gioia, l’intelligenza dell’intelligenza, la vita
della vita, l’amore dell’amore.
In senso reale e pieno, ma anche in senso concreto: il cuore “sente”, cioè vive.
Giustizia
Le leggi possono tendere alla giustizia e in tal senso essere giuste, ma non possono fare giustizia.
Anche perché non possono agire capillarmente. La giustizia la fanno gli uomini e si realizza nell’amore.
Concilio Vaticano II e Fatima
Dire
che il Concilio Vaticano II è responsabile della crisi attuale della fede
cattolica è come dire che Fatima è responsabile dei danni derivati dalle
ideologie.
Così come la Madonna a Fatima voleva evitare i mali derivanti dalle ideologie,
il Concilio Vaticano II è stato ed è una profezia atta a evitare i mali del
modernismo.
Non ha portato all’iniquità, ma ha manifestato il mistero dell’iniquità che già
c’era nel mondo ecclesiale.
Il fatto è che non siamo stati all’altezza della chiamata.
Solo in pochi hanno risposto e, tra questi, solo in pochi si sono impegnati a
rispondere generosamente.
Meglio di niente: si sono evitati alcuni mali, ma non tutti e probabilmente
solo una minor parte.
Chi ha attuato il Vaticano II, che secondo la Tradizione presuppone e richiede
preghiera e una vita improntata all’umiltà e allo stile penitenziale?
Come per Fatima: chi ha cercato incessantemente la santità? Chi si è
volontariamente sacrificato, chi ha pregato con insistenza?
La psiche converge verso la grazia
Dio
attrae a sé attraverso le cose sensibili e la grazia spesso agisce attraverso
di esse. Per questo la psiche tende a convergere verso la grazia.
Ma poiché la psiche deve crescere e deve guarire dalle conseguenze del peccato
originale e spesso anche da quelle del peccato attuale, si può, ad esempio, non
“sentire” il perdono che però si è tenuti a dare con la volontà. Di conseguenza
si può agire su di essa attraverso la volontà.
Per questo, ad esempio, il desiderio della psiche di effettuare un pellegrinaggio
che non si può fare concretamente può risultare molto utile all’anima.
Dio deve prendere le redini della nostra vita, ma poiché noi dobbiamo
collaborare, dobbiamo agire attraverso la volontà, che coinvolge anche la
psiche. Da qui l’ascesi e la disciplina.
Per cui, attraverso la grazia e la volontà, dobbiamo orientare i nostri
desideri e i nostri sentimenti (e perciò la nostra psiche) verso Dio e, di
conseguenza, usarli come strumenti di santificazione.
Amore e Misericordia di Dio
L’amore non è un attributo di Dio, ma la sua essenza. La misericordia, invece, è il suo attributo più grande.
La vita di Dio, che è pura felicità, è la pienezza della verità.
La via di Dio, invece, è la forma che assume l’amore.
Linguaggio
Definire una realtà non consiste nel ridurne il mistero, ma nel renderlo accessibile alle nostre categorie in modo chiaro e non contraddittorio.
Il linguaggio razionale serve a definire i confini di quella realtà, ma un conto è definire i confini dell’Italia, un altro e descriverne il paesaggio, e un altro è definire la storia e l’italianità.
Gioia e speranza
In
questa vita, per quanto dura possa essere, la gioia si configura sotto forma di
speranza, mentre l’infelicità prende la forma della disperazione, sia a livello
psicologico, più superficiale, sia a livello fondamentale, cioè dell’anima, in
cui si manifesta la vera disperazione.
I due aspetti naturalmente interagiscono, per cui lavorare sull’uno significa
anche, in qualche modo, lavorare sull’altro.
Finiti nell’Infinito
Se,
per assurdo, l’uomo in qualche modo diventasse infinito, cioè infinitamente
potente, infinitamente intelligente, ecc., lo sarebbe in modo umano. L’infinità
di Dio, invece, è trascendente.
Quella dell’uomo sarebbe un’infinità naturale, quella di Dio soprannaturale,
cioè infinitamente più infinita, nel senso che trascende lo stesso concetto
umano di infinito.
Ma, visto che Dio è più intimo a noi di noi stessi, buon per noi che non siamo
infiniti, ma finiti che non sussistono di per sé, con Dio, l’Infinito eterno,
dentro di noi, e noi dentro di Lui. Perché la sua infinità è più intima a noi
della nostra finitezza, anche se lo è come può esserlo in un finito che Dio
assume.
Noi siamo finiti ma, se in grazia di Dio, come tali partecipiamo all’infinità
divina.
L’eternità non è un tempo senza fine, ma è fuori del tempo, e l’infinito non è
uno spazio senza fine, ma è al di fuori dello spazio.
Nel mondo reale, nel senso del concreto, non esiste né un tempo senza fine né
uno spazio senza fine. L’infinito in natura esiste solo nel mondo della mente
umana e angelica, che però Dio trascende.
La nostra immagine della realtà, rispetto alla realtà, è come la nostra idea di
Dio rispetto a Dio: anche se non fosse errata, sarebbe limitata e umana. Ma Dio
si è manifestato e rivelato intimamente nel nostro cuore.
Intelletto, amore e gioia
Se
l’intelletto è come un filo di rame e la carità è come la corrente che lo
attraversa, il godimento e la gioia sono come l’energia che la corrente
trasporta.
La fede dell’amore è del desiderio e della volontà, mentre la fede della fede è
quella dell’intelletto.
Ma siccome amore e intelletto presuppongono la vita, e la vita di Dio è amore,
amore e intelletto sono inseparabili: innanzitutto in Dio, ma anche in noi, nel
senso che in noi l’intelletto e l’amore interagiscono, tanto che, se la volontà
non aderisce all’intelletto della fede, cioè non ama la verità, allora non
realizza.
Come dice san Paolo, la carità è più della fede. Infatti Gesù dice: “Se
sapete queste cose, siete beati se le fate” (Gv 13,17).
Dio va amato più di quanto vada capito, e Gesù ha detto: “Amatevi come io vi
ho amato» e non: «Capitevi come io vi ho capito”.
Occorre certo anche capirsi, ma ci si capisce più con il cuore che con la
ragione.
La ragione, perciò, è uno “strumento”, anche se essenziale, del cuore.
È vero che santa Faustina Kowalska scrive, a proposito del suo desiderio di
seguire una conferenza di esercizi spirituali che non era obbligata a seguire,
che più forte è la conoscenza di Dio e più forte è l’amore (Diario, n. 974), ma
l’amore muove a conoscere più di quanto la conoscenza muova all’amore: infatti
ella voleva conoscere di più Dio perché aveva capito che così poteva amarlo di
più. Se l’amore vuole conoscere Dio è per amarlo. Tutto dipende dalla volontà.
Providenza, tempo e spazio
L’eternità,
se così si può dire, è come uno “stato” che si manifesta, in questa vita, più
nel tempo che nel luogo (anche se le due cose sono legate, perché anche lo
spazio dipende dalla successione degli eventi).
La pienezza del tempo manifesta la grazia, che si manifesta a sua volta in un
luogo.
In un certo modo lo srotolarsi della storia è analogo alla casualità
quantistica e, per certi versi, dipende anche da essa, e perciò dipende anche
“materialmente” dalla casualità prodotta dalla libertà umana (e soprattutto
dall’azione divina), casualità guidata e comunque utilizzata dalla Provvidenza
che si manifesta nella concretezza degli eventi.
Che il tempo sia più dello spazio nell’ordine dell’economia della salvezza lo
si può capire pensando al fatto che una chiesa, dopo essere stata consacrata,
può essere sconsacrata e poi, magari, consacrata di nuovo.
Il tempo è più attinente all’eternità, che è più dell’infinità in senso
matematico e spaziale (ma che non è un tempo senza fine).
Di fatto, ogni esperienza, anche vissuta attraverso un luogo santo, è sempre
originale, cioè non è mai la stessa, come invece il luogo, che è sempre lo
stesso; ma l’esperienza è soggetta alla successione degli eventi, come del
resto anche il luogo. Ogni grazia in quel luogo santo è sì attinente al luogo,
ma è nuova, data in quel momento, e spesso si sviluppa nel tempo in relazione
ad altre grazie.
Se il tempo è un mezzo, il luogo è, se così si può dire, come una specie di
mezzo del mezzo.
Preghiera di Abramo e misericordia di Dio
La
preghiera di Abramo a favore di Sodoma è stata esaudita? Sì e no.
Non poteva essere esaudita perché mancavano i dieci giusti e, perciò, mancavano
le condizioni per esserlo. Eppure, come tutte le vere preghiere, è stata
esaudita, ma in modo compatibile con la situazione reale.
Quando Dio permette il peccato è per un bene maggiore, e quando non lo permette
è perché è, se così si può dire, il bene maggiore.
Il peccato, di per sé, non è mai necessario, neanche per manifestare la
misericordia di Dio (cfr. Rm 5,10).
Sono le conseguenze del peccato, tra cui la sofferenza, che spesso si rivelano
necessarie per aprirsi alla misericordia divina. Per cui Dio può usare, e usa,
anche il peccato attuale per manifestare la sua misericordia.
La vita semplice favorisce l’autenticità
La
vita dei semplici è più conforme alla verità perché più essenziale e perciò più
centrata su ciò che è attinente alla verità, come i sentimenti rispetto ai
sensi (anche se i sentimenti e i sensi non sempre sono facilmente
distinguibili).
Di fatto, una vita prevalentemente sensuale è più centrata sui piaceri della
carne, sul presente corporeo, sull’atto e sull’atto concreto, più che sullo
stato.
Mentre una vita prevalentemente sentimentale più facilmente si sottomette alla
ragione e si basa sulle relazioni, sull’interiorità, sulla resilienza.
Maschile e femminile
Semplificando,
si potrebbe dire che il maschile e il femminile sono come una matrice, un
moltiplicatore, un fattore, una costante diversi che caratterizzano ciò che è
comune tra i due generi (cioè che “colorano” ciò che è comune in modo diverso)
e che rendono le persone che li incarnano complementari.
Così uomini e donne, pur essendo diversi in sé stessi nell’anima come nel DNA e
nel corpo (e perciò nella psiche), hanno il resto in comune, ma questo resto è
influenzato dalla loro diversità ai fini dell’unità.
Così, ad esempio, sia i maschi sia le femmine producono ormoni come il
testosterone e il progesterone; solo che i maschi producono molto più
testosterone, che per questo è detto ormone maschile, e le femmine molto più
progesterone, che è detto ormone femminile.
Queste differenze si manifestano fin dall’inizio.
Ad esempio, nei neonati maschi il livello di ossitocina e dopamina è più
elevato durante il contatto con la madre, che a sua volta ha una risposta più
intensa di ossitocina, mentre con le femmine le madri tendono a sviluppare
l’attaccamento coinvolgendo di più l’aspetto verbale.
I maschi, soprattutto a causa della loro tendenza a sviluppare di più certi
ormoni e a causa di una maggiore rapidità dei segnali neurobiologici tra
cervelletto, corteccia e aree frontali del cervello, tendono ad avere un
messaggio neuronale più rapido e tempi di reazione più veloci, e una maggiore
capacità di integrare rapidamente stimoli visuospaziali, motori e decisionali,
soprattutto in situazioni di azione veloce, oltre a una maggiore coordinazione
pratica e immediata.
Le femmine, invece, tendono a visualizzare meglio i dettagli, ad avere una
migliore memoria verbale, maggiore fluidità linguistica e un più alto
riconoscimento emotivo. Tendono inoltre ad avere una maggiore coordinazione nei
fattori relazionali, emotivi e linguistici.
Inoltre, i maschi tendono a sopportare meglio il dolore intenso e breve,
soprattutto a causa dei neoricettori, ma anche di altre sostanze e per la
distribuzione dei centri nervosi nel corpo, mentre le femmine tendono a
sopportare meglio i dolori cronici, ecc.
Questo comporta che ciò che differenzia uomini e donne in ciò che è comune si
configuri come una tendenza, che però si manifesta in modo singolare in ogni
persona, che è diversa da ogni altra.
Questa tendenza, perciò, esprime una differenza sostanziale, in quanto dovuta a
un carattere. È perciò una differenza essenzialmente spirituale, che non
stabilisce ciò che si può o non si può fare, ma ciò che si è.
Di fatto, però, queste tendenze si integrano con i fattori individuali nel modo
in cui si manifestano qui ed ora, cosicché non è affatto raro che vi siano
donne più capaci in ambiti in cui tendenzialmente riescono meglio i maschi, e
viceversa. Questo, in buona parte, dipende, oltre che dalle caratteristiche
naturali individuali, anche da fattori circostanziali come l’allenamento,
l’abitudine, l’età, ecc.
Una tendenza, fisica, psichica o spirituale, che è una caratteristica di
genere, è una cosa diversa dalla sua manifestazione concreta, anche se in
qualche modo vi è legata.
Di fatto, quando il libro biblico della Genesi si sofferma sulle
caratteristiche che manifesteranno l’uomo e la donna nella loro vita decaduta,
si riferisce a delle tendenze.
Il maschile e il femminile sono, se così si può dire, come dei “mezzi”, degli
“strumenti” attraverso cui l’amore si manifesta nelle persone.
Non sono la grazia, ma la grazia, e perciò l’amore, si manifesta anche
attraverso il carattere del genere.
Conta l’amore, che però richiede di manifestarsi nell’uomo attraverso ciò che è
l’uomo, cioè chiede di “incarnarsi” nell’uomo e in ciò che lo caratterizza,
come il suo carattere sessuale.
Questi “mezzi”, usati correttamente, preparano il terreno alla grazia e vanno
“usati” dalla grazia.
Ma la grazia, e perciò l’amore divino, supera gli stessi mezzi anche se li
richiede.
Il terreno è importante per il seme, ma il seme della grazia supera il terreno
e può svilupparsi al di là del terreno, e può migliorare il terreno, se questo
“corrisponde”.
Dio ha voluto che l’umanità partecipasse alla grazia, tanto che la natura umana
di Maria (il terreno su cui opera la grazia) fosse perfetta fin dall’inizio, in
quanto la collaborazione umana conta e conta fin dall’inizio se la risposta è
sempre oltremodo generosa; eppure la grazia, di per sé, supera infinitamente,
assumendola, la natura umana.
Così Dio spesso permette che la grazia si manifesti nella penuria dei mezzi,
così come la misericordia si manifesta nei peccatori che rinunciano al peccato;
altre volte, invece, vuole che la grazia si manifesti nella penuria dei mezzi
messa in risalto dalla purezza, che nulla nasconde della propria povertà né
della propria predisposizione di “mezzo” particolarmente adatto all’amore, che
la purezza ha garantito perché la natura partecipi alla grazia. Come in Maria
e, subordinatamente a lei, nei santi che evidenziano in modo particolare la
misericordia divina fuggendo il peccato.
La grazia, perciò, supera i mezzi (in questo caso il maschile e il femminile)
un po’ come il Nuovo Testamento supera il Vecchio Testamento, che assume e
trasfigura senza però modificarne nemmeno uno iota.
La Persona del Figlio, che attraverso l’Eucaristia si fa anche “mezzo”, supera
infinitamente ogni mezzo umano e, nel manifestarsi nell’uomo, dipende solo
dalla volontà divina, che tiene conto di tutto, anche del mezzo umano che però
supera, e dalla volontà umana.
L’amore umano, che si manifesta al maschile e al femminile, pur essendo
infinitamente superato dall’amore di Dio, di per sé lo attrae, ma l’iniziativa
rimane dell’amore divino, che lo assume.
Così Maria, come donna e in quanto donna, attrae l’amore di Dio più di tutti.
Gesù, che possiede il massimo della grazia, è un maschio, per cui il maschile
non si oppone affatto all’amore; ma è anche Dio, cioè la fonte stessa della
grazia. Per cui, in chi ha natura umana, la grazia si è manifestata
massimamente nel femminile.
Intelligenza e rete neuronale
Il
pensiero è più della rete neuronale, che lo esprime fisicamente.
Dio dona un’intelligenza originale a ogni anima, che, oltre a essere chiamata a
svilupparsi, probabilmente può anche aumentare sostanzialmente attraverso un
dono di grazia di Dio. Tale intelligenza è collegata alla rete neuronale e vi
interagisce, ma non c’è una diretta proporzionalità con essa.
Ciò che esprime l’intelligenza spirituale a livello fisico, cioè soprattutto la
rete neuronale, è frutto della Provvidenza, che sfrutta anche la casualità per
finalizzare l’intelligenza alla santità. Per cui si possono avere deficit
cognitivi ed essere grandi santi, realizzando e sviluppando enormemente
l’intelligenza che si manifesterà in pienezza in Paradiso.
La rete neuronale di ognuno, però, anche se non è direttamente proporzionale al
proprio dono spirituale dell’intelligenza, è conforme e compatibile con esso, e
la sua realizzazione dipende da molte circostanze.
Si forma provvidenzialmente, un po’ come se emergesse da una struttura caotica
in fisica. Ma c’è anche la volontà di Dio (e dell’uomo) e la sua azione
ordinaria e straordinaria.
La rete neuronale, per quanto inferiore al puro pensiero, è atta a supportarlo
ed è estremamente plastica e collegata all’intelligenza, tanto che non solo è
adatta a “trasmettere” il sapere, ma anche il modo di pensare e di trovare
soluzioni.
Il cervello sta all’intelletto un po’ come le membra stanno alla forza bruta.
L’intelletto comprende la genetica.
Analogamente alla gioia, che interessa la psiche, la ragione può interessare il
cervello (le connessioni neurali).
Come la gioia a livello naturale si esprime con ciò che ha, con ciò che la
psiche ha immagazzinato, ma dipende innanzitutto dalla grazia che la può
informare, così l’intelletto, a livello neuronale e biologico, funziona con ciò
che ha, che a sua volta dipende da molti fattori e si manifesta per quel che è,
essendo stato determinato spesso da una sorta di effetto farfalla.
Ogni cervello umano, di per sé, è potentissimo e ognuno può “capire” di tutto,
ma ogni cervello è diverso dall’altro non solo a causa delle circostanze, ma
per natura: una natura non solo circostanziale, ma anche dipendente dalla
chiamata di Dio riguardo a ogni anima, che però qui e ora si manifesta secondo
le circostanze temporali e ambientali.
Psicologia e morale
L’istinto
umano, essenzialmente spirituale, “sa”: sa della legge naturale e perciò, di
per sé, sa che l’aborto procurato è un omicidio.
L’inconscio “registra” traumi, ricompense, ecc.
La consapevolezza psicologica ragiona, ma è anche condizionata da un “margine
di errore” dovuto al peccato originale (e alle sue conseguenze) e da ciò che ha
“registrato” l’inconscio, oltre che dalla volontà dell’anima.
La coscienza giudica.
Di per sé, però, sebbene la natura umana sia inclinata al peccato, rimane
attratta al bene.
La grazia rispetta la natura e i suoi limiti (a meno di un intervento
miracoloso) e il suo dono più grande, la libertà, che, anche quando è limitata,
in quel limite ha facoltà decisiva.
Importante, perciò, è la consapevolezza psicologica, che si rapporta con quella
dell’anima, la quale è direttamente a contatto con la volontà che, a livello
profondo, non tiene conto dei condizionamenti ma risponde solo alla coscienza.
Di conseguenza, forse potrebbe esserci, in alcuni casi, oltre a un’ignoranza
invincibile, anche una mancanza di forza psicologica invincibile che quasi
“costringe”.
Ad esempio, lo scrupolo toglie o attenua la responsabilità del non fidarsi
dell’amore di Dio, in quanto è una patologia. La stessa sfiducia, se non ci
fossero gli scrupoli, sarebbe pienamente peccato, se vi fossero la piena
avvertenza e il deliberato consenso.
C’è patologia quando l’alterazione psicologica di qualunque tipo è continua ed
è lo stato principale in cui si trova l’anima.
La legge della gradualità, perciò, potrebbe riguardare non solo il conoscere ma
anche il fare.
Del resto, se pure san Paolo, nella Lettera ai Romani, dice che chi risorge con
Cristo non pecca più, dice anche che noi spesso facciamo ciò che non vorremmo.
Cristo libera, è vero, e libera soprattutto dal peccato mortale, ma la nostra
natura è ancora inclinata verso il peccato e ordinariamente la grazia rispetta
questo stato di cose, anche se opera. Cioè, ordinariamente, la grazia opera
sulla natura in modo soprannaturale, ma rispettandone la crescita naturale,
anche se a volte può operare sospendendo le leggi naturali.
Potremmo dire, in modo molto ridotto e con un buon margine di errore, che la
coscienza, inerente all’anima, si basa su evidenze generali universali e usa la
ragione, “invia” le sue decisioni alla psiche, che le fa proprie e le “traduce”
nella vita pratica. Ma poiché i rapporti tra coscienza e psiche sono dinamici e
poiché opera in qualche modo la grazia, è meglio dire che la coscienza, che
conosce attraverso i sensi e la psiche ed elabora le proprie decisioni
attraverso le informazioni ricevute (tenendo conto delle evidenze innate, che
per sé stesse sono più “forti” di quelle apprese), può essere influenzata,
nelle sue decisioni, dalla psiche.
Fatto sta che la Chiesa, oltre al Battesimo, ammette la Confessione.
Fede
Chi
non ha fede può anche credere ai miracoli, ma non crede in Gesù.
Dice l’apostolo Giovanni che Gesù non si fidava di chi lo invitava a
manifestare la potenza divina in lui attraverso dei miracoli. E dice anche che
gli stessi parenti di Gesù non credevano.
Infatti, anche se credevano che Dio si manifestasse in lui, anche se credevano
che fosse il Messia, non si fidavano di lui né delle sue parole, tanto che
volevano piegarlo alla loro volontà. E non credevano che fosse Dio.
Fantasia
La
fantasia è pensata da chi è reale. È perciò contenuta nel reale, che è più
della fantasia.
Se paragoniamo Dio all’infinito matematico (ma nella sua infinità è
infinitamente di più), le creature sono come numeri infiniti e il male è nulla.
Dio, a livello concettuale, capisce il male più di chi lo compie.
Quando si vuole far esistere il male, si perverte l’ordine naturale, ma non si
crea nulla.
Così la fantasia non crea nulla di veramente originale, ma può essere usata e
costruita in modo buono o in modo cattivo, a seconda che venga voluta in ordine
alla natura e alla volontà di Dio o contro la natura e la volontà di Dio.
La fantasia nei santi tende totalmente all’essenza, cioè è in funzione
dell’essenza.
Essi, cercando il bene e il vero anche con l’immaginazione, manifestano, anche
attraverso la fantasia, le circostanze necessarie sorte dall’essenza perché si
manifesti qui e ora.
Cercare la circostanza per se stessa, soprattutto se non è direttamente
dipendente dall’essenza ma solo indirettamente, non porta frutto e anzi
disperde, a meno che non si cerchi, almeno remotamente, la verità, cioè l’essenza,
che è sempre attiva nelle circostanze che da essa derivano.
Trovata l’essenza, la dinamica giusta è quella dei santi: semplice, vera e
profonda.
Un’altra dinamica risulta più faticosa, perché la verità va cercata
primariamente in ogni cosa e perché è la verità a muovere ogni cosa.
Si può partire anche dalle circostanze, purché sia l’essenza il principio e il
fine di ogni movimento in noi.
La sofferenza in relazione all’amore
In
questa vita la sofferenza serve per crescere nell’amore. Di conseguenza, la
sofferenza serve a preparare per la grazia e a “chiamare” la grazia, che a sua
volta si serve della sofferenza come “veicolo”.
È una sofferenza di amore che essenzialmente si configura come un atto di
annientamento, di abbassamento, come nell’Incarnazione di Cristo, che ha
permesso il dono della grazia.
È una sofferenza dell’essere per poter dare l’essere, una sofferenza più
dell’essere che del fare (è l’atto spirituale di abbassarsi che si traduce
nell’atto concreto dell’Incarnazione).
La sofferenza esiste così nel naturale e nel creato, non nel soprannaturale.
Ma l’abbassamento di Gesù si realizza in un ambiente deformato dal peccato, per
cui all’Incarnazione, che è l’essenza dell’abbassamento divino, fa da cornice
il male, che fa male.
La sofferenza causata dal peccato, perciò, va ben oltre la fatica di una
crescita naturale e spontanea verso un fine naturale, ma ha a che fare con la
grazia: è una trasformazione che passa, in Gesù, per un abbassamento dal
soprannaturale al naturale e, inoltre, in una natura contaminata dal peccato e
perciò dal dolore che ne è conseguenza, un dolore che di per sé va contro
l’ordine stabilito da Dio e perciò, se così si può dire, un dolore innaturale
(è naturale che ciò che non è naturale, come il peccato, possa produrre effetti
innaturali).
Il peccato ha aggiunto, all’annientamento, il male del dolore, in quanto
l’amore, la giustizia, la gioia… devono adattarsi al dolore frutto del peccato,
prendendone in qualche modo la forma esteriore, come è avvenuto sulla Croce,
che è così il simbolo dell’annientamento espresso nell’Incarnazione e ne è la
realizzazione nel tempo.
Nella Croce la gioia prende la forma dell’amarezza, la speranza diviene
testimonianza contro ogni speranza…
Senza il peccato originale la risposta dell’uomo poteva essere anche più
generosa (se Dio ha permesso il peccato, probabilmente è proprio perché senza
di esso vi sarebbe stata una risposta meno generosa), ma il “trauma”, se così
si può dire, sarebbe stato solo quello, tremendamente naturale, della natura
che si abbandona alla grazia venendo assunta e rivestita dalla soprannatura.
Con il peccato, invece, il “trauma” porta disordine all’ordine naturale e alla
natura umana, che è chiamata, con la Redenzione di Cristo, a ricevere la
grazia.
L’amore soprannaturale, perciò, come “veicolo” usa la sofferenza perché, dopo
il peccato originale, essa è necessaria per la grazia della salvezza; infatti
fa da “sottofondo” alla vita, proprio come il peccato originale, di cui è
conseguenza. Ma, subordinatamente alla sofferenza, la grazia si può manifestare
anche senza la partecipazione diretta della sofferenza.
L’amore, infatti, è più della sofferenza. E, di fatto, ci può essere una
sofferenza senza amore, ma non può esserci amore senza sofferenza: la vita
umana, infatti, è ormai soggetta alla sofferenza.
È vero, c’è anche la gioia, ma mentre la gioia rientra nei piani divini, la
sofferenza “traumatica”, dovuta al peccato, non avrebbe dovuto esserci, proprio
come il peccato.
La grazia, perciò, opera con ciò che trova: gioia e sofferenza, ma lo stato a
cui l’uomo è soggetto prevede la sofferenza con cui Dio salva l’uomo.
Cioè lo salva con l’amore, ma la sofferenza manifesta l’amore in modo speciale,
come Gesù in Croce, perché manifesta la misericordia divina che salva
nonostante il peccato e la morte.
Non giudicare
Gesù
parla di un fariseo e di un pubblicano saliti al tempio per pregare: il
secondo, nonostante i suoi peccati, tornò perdonato; al fariseo, invece, i
peccati non furono rimessi.
Evidentemente la preghiera del pubblicano fu sincera, mentre quella del fariseo
falsa.
La vera differenza tra la preghiera del fariseo e quella del pubblicano fu il
giudizio e il disprezzo del primo.
Il fariseo ha giudicato il pubblicano; il pubblicano ha giudicato sé stesso.
Se fosse stato il pubblicano a giudicare il fariseo per il suo perfezionismo e
ad assolvere sé stesso con la scusa che nella vita aveva avuto delle
difficoltà, e viceversa, se il fariseo avesse avuto pietà per il pubblicano
considerando che, al suo posto, forse avrebbe fatto di peggio, e avesse pregato
per lui, egli sarebbe stato perdonato e non il pubblicano.
Ma se un peccatore non ha alcuna intenzione, neanche remota, di cambiare vita,
difficilmente prega e, se lo fa, è per qualche motivo terreno. Per questo Gesù
dice che i peccatori (che si riconoscono tali e si aprono alla grazia) superano
tanti “giusti” nel regno di Dio.
È da notare inoltre che i pubblicani erano generalmente dei ricchi (lo dimostra
Zaccheo), spesso più di tanti farisei, e sfruttavano il popolo, anche i poveri.
In questa parabola Gesù ha portato ad esempio la conversione di una specie di
piccolo Berlusconi, un corrotto che pretendeva tangenti: non era un povero.
Evidentemente, per Gesù, la povertà non si riduce a quella materiale.
Quando disse: “Beati voi poveri”, tra chi era lì in quel momento c’erano
anche dei ricchi, ma erano poveri in spirito, perché, almeno remotamente, erano
intenzionati a detestare il peccato e a fare la volontà di Dio.
E allora la povertà materiale? È compresa nella povertà spirituale, e quella
spirituale non può farne a meno, così come la ricchezza spirituale può
comprendere anche la ricchezza materiale e prenderne forma, persino quando le
risorse non sono in abbondanza.
Volontà
L’amore
muove la volontà, che è espressione e manifestazione e, in qualche modo,
sinonimo di “cuore”.
Se l’amore fosse un sentimento, nel senso di una sensazione, dare la vita per
amore provocherebbe sostanzialmente piacere e non sofferenza (se non
accidentale), cioè sarebbe masochismo.
Il sentimento di Cristo di cui parla san Paolo è quello del cuore, della
volontà, che può “usare” anche le emozioni naturali (secondo la loro natura,
che si apre alla grazia, come la compassione per i bisognosi).
Così come usa la ragione.
Se così si può dire: la ragione sente con il sentimento, che ragiona con la
ragione.
Nell’uomo tutto si unifica nel cuore, che esprime tutto.
C’è errore quando il sentimento si basa primariamente sulle emozioni,
diventando sentimentalismo, e quando la ragione si basa principalmente su ciò
che la ragione percepisce, escludendo il mistero, producendo il razionalismo
che, in ultima analisi, è una forma speciale di sentimentalismo.
Quando non si sente niente e non si capisce, conta solo la volontà, che
racchiude tutto e che determina sempre l’amore, perché è attratta da ciò che
non sente e dalla verità che non capisce (ma che presuppone). Per cui sente e
capisce.
Infinito
In
un infinito matematico un numero non “sta”, ma “è”.
Analogamente, se il mondo fosse infinito nel tempo, allora dovrebbe esserci un
tempo che non viene mai, cioè che non c’è. Per cui è impossibile che l’universo
sia “eterno” (termine improprio per ciò che non è trascendente).
E se quel tempo non c’è, è fuori dal movimento che caratterizza e determina il
tempo, e perciò non può esserci neanche lo spazio corrispondente, perché non
c’è possibilità di movimento. Di conseguenza l’universo non è infinito in senso
spaziale.
Si può invece ammettere un infinito che abbia un inizio, come una semiretta: un
infinito, perciò, con una causa iniziale e, in tal senso, un infinito non
“assoluto”, se così si può dire. Un infinito che non è eterno, ma può
partecipare all’infinità assoluta (che si realizza nell’eternità).
Non esistono i viaggi nel tempo ma, in un certo senso, il tempo “viaggia”, cioè
esiste la successione.
Il viaggio nello spazio, in tal senso, è anche necessariamente un viaggio nel
tempo.
Giustizia e povertà
Essere
sani è giusto e comportarsi da sani è giusto, mentre essere ricchi è ingiusto
(altrimenti Gesù non avrebbe detto: “Guai ai ricchi”) e comportarsi da ricchi è
ingiusto.
Anche essere poveri è ingiusto, ma in Dio è anche un privilegio: egli trasforma
l’ingiustizia sociale umana in giustizia personale in Dio.
Gesù parla di ricchezze ingiuste perché, di fatto, in una società contaminata
dal peccato, le ricchezze si accumulano non solo per disonestà personale, ma
anche attraverso quelle che la Chiesa chiama “strutture di peccato”.
Ma di per sé possedere delle ricchezze non è peccato, anche se è socialmente
ingiusto, purché le si adoperi per fare giustizia.
Il giovane ricco del Vangelo non aveva peccato e con le sue elemosine faceva
opere giuste, ma non ha accettato il privilegio della povertà che Gesù gli ha
offerto.
In un certo modo non ha “sfondato” il muro della giustizia per diventare
misericordia: è rimasto prevalentemente nella giustizia, anche se le sue
elemosine erano aperte alla misericordia (altrimenti non si sarebbe salvato),
mentre Gesù gli prospettava la perfezione, che ha rifiutato, mettendo a
repentaglio il suo rapporto con la misericordia, a cui però tutto è possibile,
anche salvare i giusti che non si chiudono ingiustamente, cosicché la loro
giustizia non rimane puramente umana ma si apre al soprannaturale.
Ricchezza e salute non sono peccato, ma c’è una differenza: il comportamento.
Cioè: comportarsi da ricchi è peccato perché ingiusto, mentre comportarsi da
sani è compatibile con la giustizia.
Si è ricchi anche se si hanno poche sostanze, se il relazionarsi con esse
prende il comportamento del ricco; mentre si è poveri anche se si possiedono
molte sostanze, se ci si relaziona con esse come chi non le possiede.
Un sano non deve vivere da malato, mentre un ricco deve vivere da povero.
San Francesco si fece curare, ma non fece mai nulla per diventare ricco.
Giustizia e misericordia
La
giustizia l’ha “inventata” Dio, che è amore e la cui opera è misericordia;
perciò deve essere improntata all’amore misericordioso.
Senza misericordia è una giustizia ingiusta, almeno dal punto di vista
soprannaturale. Oppure è una giustizia solo umana e, perciò, non porta alla
salvezza, anche se di per sé vi predispone e, comunque, a un certo livello,
visto che Cristo si è in qualche modo incarnato in ogni uomo (cfr. Concilio
Vaticano II), entra in relazione con la grazia.
La giustizia di per sé apre a qualcosa di gratuito, per cui è aperta alla
misericordia, in quanto Dio, che è giusto, dà oltre il merito; e così la
giustizia deve ammettere che si possa andare oltre il merito.
La giustizia, infatti, è essenzialmente spirituale, e una giustizia senza
carità è una giustizia senza verità.
La misericordia è per i peccatori e per i giusti
In un certo senso si potrebbe dire che, se i peccatori hanno il “vantaggio” di avere un debito rimesso più grande, che li rende più grati, i “giusti”, cioè coloro che seguono la legge, possono rimediare e annullare lo svantaggio perdonando di cuore i loro debitori.
Peccatori e misericordia divina
Nell’economia
della salvezza stabilita dopo il peccato di Adamo ed Eva, i peccatori hanno più
diritto alla misericordia divina. Infatti la misericordia ha a che fare con la
realtà del peccato.
Ma oltre ai peccatori, anche i misericordiosi: non i giusti, ma i
misericordiosi. Come la Madonna, colei che più di tutti ha diritto alla
misericordia di Dio.
Ella, infatti, come Gesù e subordinatamente a Gesù, è un’anima vittima, come i
santi che si offrono totalmente a Dio come anime vittime in riparazione dei
peccati.
Le anime vittime, infatti, anche se non peccano, in qualche modo, secondo
l’espressione di san Paolo, si “fanno peccato”.
In proporzione alla propria misericordia si collabora con Gesù nella
redenzione, anche se si parla di “anime vittime” in senso compiuto e pieno
quando ci si offre alla volontà divina senza riserve.
Come scrive santa Faustina Kowalska, muove l’amore, ma la fiamma dell’amore è
alimentata dal legno delle sofferenze.
Ma questo non è dolorismo: infatti, essendo l’amore che spinge a offrirsi a
Dio, poiché esso è vita e la vita è gioia e pace, le sofferenze d’amore si
basano sulla gioia e sulla pace.
L’amore in atto è misericordia, che aggiunge alla giustizia l’offerta di sé in
espiazione dei peccati, da cui derivano le sofferenze.
Perciò si potrebbe dire che ciò che alimenta la fiamma dell’amore è la
misericordia, che richiede l’espiazione e le sofferenze.
Ma poiché la base è la pace e la gioia, proprio come nella vita di Gesù, che fu
tutta un rinnegare sé stesso e, perciò, tutta una sofferenza, vi è stata una
gioia ancora maggiore e anche delle gioie, anche sotto forma di soddisfazioni,
compatibili però con l’amore e guadagnate con la sofferenza.
Gloria di Maria
La
santità e la gloria di Maria non dipendono da quelle degli altri santi. Ella
non riceve qualcosa se non da Dio direttamente e in lui, e, proprio come Dio,
ella solo dà.
Riceve anche, ma analogamente a come Dio riceve dalle sue creature: solo che
riceve in Dio e da Dio.
Fede minimalista, cioè fede solo umana
Non
solo il fideismo non è fede soprannaturale, ma è anche fede disincarnata come
quella “minimalista”, che in teoria crede in tutti gli articoli di fede, ma non
ammette le sorprese della grazia.
Del resto, sia il fideismo sia la fede minimalista non hanno fiducia in Dio e
nel suo modo di fare, che non è il nostro.
Sentire
Il
“sentire” non è infallibile; anzi, in molti casi sbaglia, ma comunque evidenzia
un desiderio reale a cui va risposto secondo verità.
Secondo san Tommaso, in genere il “sentire” è utilizzato da Dio quando si
riceve l’Eucaristia.
Ragione e affetto
Siamo
stati creati a immagine e somiglianza di Dio, per cui la nostra stessa natura,
tramite le sue facoltà spirituali (libertà, intelletto, volontà…) e attraverso
la grazia, è orientata verso Dio.
Perciò tutto ciò che in noi è materiale non solo è spiritualizzato, ma è anche
chiamato a essere divinizzato a causa della grazia.
Di fatto, le percezioni vanno comprese nelle sensazioni, che vanno comprese
nelle emozioni, che vanno comprese nei sentimenti, che vanno compresi
nell’intelletto, che va vissuto nell’amore, che a sua volta, tramite
l’intelletto, usa la volontà per promuovere l’affetto verso la verità.
In questo caso l’affetto è espressione dell’amore e partecipazione del cuore.
Collaborazione della natura umana all’opera divina soprannaturale
I
cristiani devono sempre operare secondo l’ordine della natura (guarire i
malati, combattere la povertà, lottare per la giustizia e, perciò, anche per il
benessere e la sicurezza di tutti, a cominciare da chi è più prossimo, ecc.),
senza però ostacolare la grazia, ma anzi favorendola, che può operare oltre la
natura e, per questo, può trarre una maggiore “visibilità” quando opera in
condizioni naturali svantaggiate.
In tal senso anche i poveri, in senso prevalentemente materiale, possono essere
beati e, perciò, avvantaggiati.
Ma tutto è possibile a Dio.
Umiltà
Noi
davanti a Dio siamo nulla, e più siamo nulla, più Dio può operare in noi.
La nostra nullità non annulla ciò che siamo, ma lo manifesta, come ciò che
siamo manifesta la nostra nullità.
Siamo un nulla finito, che Dio deve riempire.
Lo siamo per natura e per dono speciale di Dio, ma siamo nulla anche secondo
quanto cooperiamo con Dio (il “quanto” è da intendersi, se così si può dire,
non solo secondo la nostra opera di corrispondere alla grazia, ma anche, e
soprattutto, secondo la nostra generosità: le due cose però sono un tutt’uno).
Morale
Per
san Tommaso si pecca contro lo Spirito Santo quando si vuole il male per sé
stesso.
Si pecca con malizia, ma non con quella malizia che consiste nell’inclinazione
al male dovuta al peccato originale, bensì nel “disprezzo” con cui ci si
abbandona al peccato e “si esclude quanto poteva impedire la decisione di
peccare”.
Dice Tommaso: “Il peccato di malizia, in quanto deriva da un’inclinazione
viziosa, non è un peccato speciale, ma una condizione comune a tutti i peccati.
Ma in quanto deriva da un particolare disprezzo di ciò che opera in noi lo
Spirito Santo, si presenta come un peccato speciale. Ed è così che il peccato
contro lo Spirito Santo è un genere speciale di peccato”. Questo perché “ci si
determina nel proposito di aderire al peccato”.
Pare, perciò, che solo chi è ostinato e disprezza commetta il peccato contro lo
Spirito Santo, e non chi tende piuttosto a subire il peccato. In tal caso si
potrebbe ipotizzare che valgano le parole di alcune anime, come don Calabria o
Marthe Robin, che dicono che Dio non permette che si danni chi cade, poi si
pente e si rialza.
Il peccato contro lo Spirito Santo, infatti, dà: disperazione, presunzione,
imputazione del peccato o del male a Dio, dispiacere della grazia altrui, cioè
del loro bene o della loro salvezza, ostinazione nel male, cioè rifiuto del
bene. Questo non è subire il male, ma farlo con “piacere”.
Per san Tommaso il peccato contro lo Spirito Santo è il rifiuto totale e
deliberato della grazia, che colpisce la fiducia in Dio.
Originalità
L’originalità
che esprime l’intelletto umano attraverso quella che è comunemente detta
“creatività” è essenzialmente dovuta alla capacità di associare idee e concetti
usando il pensiero astratto.
Ma la vera creatività dell’uomo, frutto della sua originalità, è essenzialmente
spirituale e si manifesta in ciò che spiritualmente rimane dell’uomo
attraverso, ma soprattutto oltre, la sua opera, cioè ciò che ha compiuto con le
sue attività.
Cristo sposo della Chiesa e delle anime
Gesù
è sposo della Chiesa, che è più che la somma dei suoi membri e di cui la Madre
di Dio è modello e specchio.
Gesù, infatti, chiama l’umanità e ogni persona come popolo, insieme, ma non
come somma di persone: come un’unità, una sola cosa pur senza confusione di
persone. Un’unità costituita da lui, per cui c’è più grazia rispetto a
un’unione umana che pure fosse accettata da lui.
Ma Cristo “sposa” anche le anime, cioè si unisce ad esse unendo, attraverso la
sua natura umana generata da Maria Santissima, la sua natura divina con la
nostra personale natura umana. Un’unione di volontà che si realizza nella
grazia e, perciò, nella carità.
Giudizio e misericordia di Dio
Il
giudizio divino sarà giusto o misericordioso?
Dipende da noi. Gesù, infatti, ha detto: “Con la misura con cui misurate
sarete misurati”, e ancora: “Il giudizio sarà senza misericordia per chi
non avrà usato misericordia”.
Per chi non è stato misericordioso, il giudizio sarà semplicemente giusto.
Ma il criterio della giustizia umana è la legge, mentre quello della giustizia
divina è la misericordia.
Se la giustizia umana interpreta la legge secondo il suo spirito, che è quello
della misericordia umana (Gesù rimprovera i farisei proprio per la mancanza di
questa interpretazione), allora si apre alla giustizia di Dio e, perciò, alla
misericordia divina.
Ma poiché lo scopo della legge è fare da pedagogo e poiché la legge, come dice
san Paolo, accusa chi vi si sottopone, cioè gli chiede conto, se non c’è
misericordia nell’interpretarla non c’è neanche la grazia, in quanto la grazia,
proprio perché gratuita e non derivante da un diritto, se non dal diritto
dell’amore, comporta la misericordia.
Alla peccatrice che alcuni giudei volevano lapidare perché trovata in flagrante
adulterio, Gesù usa misericordia: non la condanna e non solo, la salva.
Ma Gesù usa misericordia anche verso i suoi accusatori, mettendoli davanti ai
loro peccati e così insegnando loro lo spirito della legge.
Accusati dalla legge, gli accusatori non condannano e perciò superano la
giustizia della legge. Una misericordia forse non ancora dovuta all’amore, ma
al timore, ma che è capace di aprire la mente e il cuore.
La misericordia degli accusatori, cioè la gratuità che supera la legge e che
perciò è veramente giusta secondo Dio, è di per sé ancora naturale e, perciò,
imperfetta e lacunosa, ma è orientata alla misericordia soprannaturale.
La misericordia è lo spirito della legge ed è la legge dello Spirito Santo.
Giustizia e legge
A
volte si confonde la giustizia con la legge.
La legge serve per fare giustizia, ma la giustizia è più della legge: è la meta
della legge.
La giustizia è ordine perfetto, che solo Dio può realizzare compiutamente,
mentre la legge deve essere giusta, cioè compatibile con la giustizia. La
giustizia della legge, perciò, non può essere isolata: non può non entrare in
relazione con la giustizia, cioè con lo stato di giustizia che deve permeare le
anime.
Come la legge serve per fare giustizia, la giustizia serve per usare
misericordia.
L’ordine della giustizia, infatti, attraverso la misericordia, non si limita a
manifestare regolarità e armonia, ma produce novità, cioè manifesta vita e
originalità: infatti la vita crea.
La misericordia è questa “creazione” gratuita dell’amore di Dio.
Intelletto e conoscenza di Dio
Non
c’è intelligenza che non senta dolore e gioia. L’intelligenza artificiale,
perciò, non è vera intelligenza.
L’intelletto è infatti legato ai sentimenti del dolore e della gioia, e i
sentimenti sono legati all’intelletto; ma il discernimento deve essere guidato
dall’intelletto, che di per sé è legato alla razionalità e, perciò, anche se un
po’ corrotto dal peccato, è meno soggetto a interpretazioni sbagliate (ma a
volte le ragioni del cuore, proprio in quanto legate a una ragione “istintiva”,
cioè inscritta nella coscienza che si rende sensibile alla ragione, guidano la
ragione alla verità, che è il fine e la realizzazione della ragione).
La vera conoscenza di Dio, dice san Giovanni, avviene attraverso l’amore. È
esperienziale e, perciò, capace di toccare la ragione e il sentimento.
Come i sensi possono provare dolore e gioia, cioè il piacere, anche lo spirito
può provare dolore spirituale e gioia spirituale (può essere naturale o
soprannaturale).
La gioia naturale, se non si realizza, rimane frustrata e produce un dolore
cronico di fondo che determina una sorta di disperazione, che caratterizza
anche le cose umanamente belle.
Le emozioni appartengono al campo della psiche, il “luogo” in cui i sensi
comunicano con l’anima: realtà tutte influenzate dal peccato originale e dalle
sue conseguenze.
Una parte della psiche è subconscia, quasi istintiva, e una parte, che è in
stretta relazione con la coscienza vera e propria e in cui si manifestano i
sentimenti, emerge a livello di percezione e di consapevolezza, tanto che la
volontà assume una importanza determinante.
I sentimenti di Cristo sono essenzialmente frutto della volontà che conduce
verso la verità conosciuta, che si svela sempre più.
In un atto di amore (interno o esterno), che è anche un atto di volontà, si
manifesta tutta la sapienza.
L’infinita profondità della fede e l’immensa complessità della realtà che
interagisce con la fede si racchiudono nella semplicità estrema di un solo atto
di volontà di amore e concretamente si realizzano in un solo atto concreto di
amore.
Cuore, ragione, sensi
I
sensi sono gli strumenti della conoscenza umana, per cui sono molto legati alla
ragione; ma, sebbene siano tipici della natura umana e, perciò, universali, si
manifestano attraverso la natura personale di ognuno, cioè in modo “soggettivo”.
Le regole della ragione, invece, sono evidenze oggettive, come il fatto che due
più due fa quattro, che vale anche nell’ordine soprannaturale (così come un
punto può essere una coordinata sia in uno spazio piano sia in uno spazio a tre
dimensioni o più).
Nel cuore, cioè nella coscienza, la conoscenza appresa attraverso i sensi
informa la ragione, che viene mossa dalla volontà, cosicché si formano i
sentimenti attraverso la volontà essenziale dell’anima, e questi si manifestano
nella psiche filtrati dai condizionamenti della natura e della storia di
ognuno. Ma i sentimenti della psiche si devono confrontare con la volontà della
coscienza e la natura con la grazia.
Perciò, di fatto, la volontà, come si manifesta attraverso la consapevolezza
della psiche, è in stretta relazione con la volontà della coscienza.
Gratitudine, compassione e tenerezza sono forse i sentimenti più naturali, più
diretti e meno mediati, e sono i più adatti a manifestare il cuore.
Pudore e vita
Il
pudore protegge le relazioni. Infatti lascia scoperti il viso, che parla e
manifesta la psiche, le mani che operano e, sebbene in modo limitato, l’anima.
Ci si relaziona con il mistero, e il pudore, pur svelando, protegge il mistero
dall’abuso. Il mistero, infatti, pur entrando in comunione, rimane mistero.
Se la relazione è profonda, non solo sentimentalmente ma di fatto, cioè nel
matrimonio, il mistero non teme di svelarsi e, perciò, di diventare
vulnerabile, perché sa di essere rispettato proprio come mistero, con la sua
parte di inviolabilità.
Svelarsi, non solo nel senso di spogliarsi, in genere rende vulnerabili. Di
conseguenza, la vulnerabilità richiede la relazione, come nei malati, nei
poveri, nei piccoli, nei sofferenti…
Ci si dà a una persona o, meglio, a Gesù stesso, e perciò, poiché egli si è
incarnato in qualche modo in ogni uomo (cfr. Concilio Vaticano II) a ogni
persona.
La spudoratezza è un modo per dire “io ci sono!”, ma senza relazione.
È un grido prepotente di manipolazione e di dominio, anche se spesso inconscio
e a responsabilità limitata.
L’immagine di un feto, e più precisamente l’immagine in uso nel Movimento per
la Vita, spesso genera pudore non nel soggetto, ma in chi guarda, anzi in chi
non vuole vedere, perché non vuole relazionarsi con lui e lo vuole cancellare.
L’immagine di quel feto è come l’immagine di Gesù mostrata da Pilato ai giudei:
“Ecco l’uomo!”.
Davanti a quell’immagine non puoi far finta di niente: devi decidere. Devi
dire, se non lo vuoi, “Crocifiggilo!”, oppure lo accetti.
Per questo a molti quell’immagine fa l’effetto che la luce fa ai vampiri.
Padre nostro
Si
prega, e si prega comunitariamente, sia per dare, che per ricevere.
Del resto, non si può dare se prima non si riceve.
Perciò si prega Dio per sé stessi, perché si è mendicanti di tutto; ma si prega
come mendicanti che condividono, cioè che, chiedendo Dio (e ogni cosa con lui),
contestualmente lo chiedono per tutti, come insegna la preghiera del Padre
nostro.
Provvidenza
Il
Padre nostro chiede a Dio il pane quotidiano, sia quello del Cielo sia quello
materiale della terra.
La provvidenza è globale, e il pane del Cielo viene prima di quello materiale e
basta in sé stesso.
Del resto, che cosa significa “provvidenza” per i malati? La salute quotidiana
non è forse necessaria, spesso, come il pane quotidiano?
Ma una sola cosa è necessaria, dice Gesù a Marta (cfr. Lc 10,38-42), cioè stare
con lui e dipendere da lui e dalle sue parole.
Gesù dice di abbandonarsi al Padre così pienamente da fare come i corvi, che
non si preoccupano di che cosa mangiare, eppure il Padre li nutre. Ma i corvi
non possono forse morire di fame?
La provvidenza, perciò, più che il risultato materiale richiede l’abbandono a
Dio e la gioia che ne deriva.
Essa, che si manifesta in vari gradi e in varie forme, consiste nel fatto che
tutto concorre al bene di coloro che Dio ama, e di fatto opera secondo l’ordine
stabilito da Dio, sia a livello naturale sia soprannaturale.
Per
cui, anche se a volte i poveri muoiono di fame, cosa innaturale, questo
disordine manifesta, attraverso l’azione soprannaturale di Dio nei poveri, che spesso
è invisibile, l’ordine divino anche secondo la natura.
Come la Croce che, evidenziando l’odio contro Gesù, ha evidenziato anche
l’amore di Dio verso i suoi nemici e, perciò, l’ordine della giustizia, anche
umana.
Ma la provvidenza, ordinando secondo la carità, tende a ordinare anche secondo
giustizia; infatti, anche nelle vite dei santi chiamati in modo speciale ad
essere anime vittime e, perciò, a stare in Croce con Gesù, sono molti gli
episodi in cui la provvidenza manifesta l’ordine della giustizia anche secondo
la natura.
La provvidenza dà senso al male e all’ingiustizia e dona fiducia nella prova.
Dà il pane del Cielo e così compie ogni giustizia e ordina anche socialmente.
Semplificando e riducendo, si potrebbe dire che più si vive la povertà per
amore (e più si ama attraverso la sofferenza), meno esiste una povertà
materiale espressione di ingiustizia o inevitabile.
Più sono i poveri per amore, meno sono i poveri che mancano di ciò che è
necessario.
Più ci si fa poveri per amore e si accetta la povertà per amore, più si vive
nella gioia.
Comunione e comunicazione
Man mano che il bambino, crescendo, forma la sua personalità e da una sorta di identificazione con la madre e il mondo che lo circonda passa a una consapevolezza psicologica della propria individualità, e perciò passa da una comunione identificativa a una comunione attraverso l’amore, da un’unione percepita a un’unione voluta, più si strutturano dei canali di comunicazione formale che, ad un tempo, delimitando i propri confini e il proprio sé e riconoscendo i confini e il sé degli altri, favoriscono una comunicazione personale e consapevole.
Le forme, perciò, sono dei concreti canali di comunicazione così come il linguaggio è un concreto “vocabolario” attraverso cui si comunicano i segnali che, attraverso i sensi e le percezioni, manifestano ciò che siamo.
Questi canali però, a causa delle esperienze spesso negative della vita, ma anche a causa dei propri deficit e mancanze, spesso si sclerotizzano e tendono a interrompersi. E se lasciano passare qualcosa, è soprattutto un messaggio di sé non veritiero, specialmente se si sceglie volontariamente di non comunicare ciò che si è e ciò che di bene si è chiamati a dare.
La psicologia in questo caso può aiutare almeno parzialmente, perché solo la grazia può guarire presto e in profondità e può perfino rinnovare miracolosamente l’anima di una persona.
Ma la psicologia deve seguire le “regole” del Vangelo, che ordinando i valori e dando i principi della verità, fa sì essa possa funzionare, oltre a donare la grazia soprannaturale che può arrivare anche a guarire direttamente. Del resto: quale migliore “Psicoterapeuta” di Gesù?
L’amore di Dio verso le anime del purgatorio
Se
il Signore si occupa delle sofferenze attuali delle anime purganti, che sono
già salve, vuol dire che non vuole la sofferenza, a meno che non abbia come
fine la gioia eterna.
Dio, cioè, non vuole la sofferenza fine a sé stessa.
Egli vuole che ognuno ottenga il massimo della gioia a lui possibile, con il
minimo della sofferenza possibile.
Non vuole sacrifici e sofferenze inutili; e, se ci sono, le usa affinché
possano essere utili.
In Dio ogni sofferenza è ricompensata a seconda dell’amore; e se grandi
sofferenze chiamano a grande amore, ci può essere un grande amore anche
attraverso una piccola sofferenza circostanziale.
Misericordia e giustizia
La
misericordia divina, che si manifesta sia verso i colpevoli di delitti sia
verso le loro vittime, prevede il pentimento.
Di conseguenza, la giustizia di Dio, che è il suo stesso amore misericordioso,
prevede il pentimento.
Senza pentimento, Dio non fa sconti di pena.
La giustizia umana, a cominciare dalla giustizia terrena degli Stati, deve
essere improntata alla giustizia divina, ma, poiché è temporale, deve valere
ora e non nel futuro.
Gli Stati, perciò, devono agire con giustizia qui e ora, senza escludere anche
la misericordia, che nel “sistema” esclusivamente legale si manifesta a
cominciare dal diminuire la giusta pena. Ma, se la pena è giusta, diminuirla di
per sé non sarebbe giusto, a meno che non vi sia pentimento, o almeno
ragionevole speranza di pentimento e, perciò, di bene.
In questo caso la misericordia umana, che deve tenere conto anche delle vittime,
chiamate anch’esse alla misericordia senza rinunciare ai principi della
giustizia, tende a realizzare anche la giustizia umana.
Devozioni
Le
devozioni servono anche a farci capire che Dio è più grande del nostro cuore e
che la Rivelazione divina è più ampia delle interpretazioni che ne facciamo.
Non si tratta di “allargare” la verità, che non è né larga né stretta e che si
trova solo attraversando la porta stretta, ma di adattare il nostro cuore a
quello di Dio, che è largo.
Come dice il Vangelo: “Ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio”.
Teresina di Gesù Bambino ci dice che la fiducia in Dio è la devozione delle devozioni, che compendia tutte le promesse legate a tutte le devozioni. Che si realizzano in proporzione all’adesione alla volontà di Dio e alla fede, alla speranza e, soprattutto, alla carità, dell’anima.
Ma
che si possono realizzare anche attraverso un’impetrazione sincera e umile a
Dio.
Le devozioni non funzionano automaticamente. Funzionano solo se si praticano
con umiltà, cioè senza sentirsi più degli altri, senza pretendere di sapere
tutto e di non voler imparare nulla, senza giudicare gli altri.
Infatti non è la devozione a donare la grazia, ma la misericordia di Dio, e non
sono le pratiche devozionali a dare forma alla misericordia, ma è la
misericordia a dare forma alle pratiche.
Nella vera devozione non c’è niente di superstizioso o fatalista, ma tutto
nasce dalla fiducia in Dio.
Occorre, perciò, essere misericordiosi.
È nella misericordia che le promesse divine vengono sigillate e autenticate, in
quanto la misericordia è il principio dell’azione divina, mentre le pratiche di
devozione sono il mezzo “garantito” dalla Chiesa.
Carità e intelletto
L’intelligenza
è più nella carità che nell’intelletto, per cui un analfabeta che ama, anche in
questa vita, è realmente più intelligente, a livello profondo e perciò
essenziale, di un grande dotto.
Solo chi ama è davvero felice, e chi più ama è più felice.
Di fatto, un analfabeta che ama, rispetto a un dotto che non ama o che ama
meno, è un po’ come chi non ha studiato musica ma gode di un brano musicale più
di quanto non ne goda il compositore stesso del brano.
Caos o logica
Il
caos produce caos e, anche se per combinazione producesse qualcosa di ordinato,
rimarrebbe comunque caos, perché non ci sarebbero le condizioni e gli strumenti
per farlo funzionare e perché subito tornerebbe il caos (il tempo ha un senso e
avanza con un ordine di successione, per cui dire caos è come dire nulla).
Per questo, ciò che in assoluto è intrinsecamente e strutturalmente
incomprensibile a qualsiasi tipo logica non esiste.
Che noi non sappiamo quasi nulla della realtà e che ciò che sappiamo ci superi
è scontato, ma possiamo capire il senso della realtà attraverso la nostra
esperienza della realtà (che, sebbene limitata, c’è), che riusciamo a
“tradurre” secondo i criteri della nostra logica, espressione limitata ma
autentica di una Logica che ci supera.
Analogamente, anche i ciechi possono conoscere il mondo fisico in un certo
modo, limitato ma vero e aperto alla verità tutta intera, se agiscono a partire
dai punti di riferimento che i loro sensi, attraverso la logica, manifestano
come attendibili. E infatti i ciechi avveduti non cadono. Mentre, se pensassero
che il mondo non fosse conoscibile, non si muoverebbero neanche.
L’esperienza ci dimostra che esiste un ordine a cui anche i relativisti si
sottomettono, non fosse altro perché ne hanno fatto esperienza: quello delle
leggi della fisica.
Passioni e ragione
La
ragione non limita le passioni, ma le fa funzionare bene, cioè le fa
raggiungere il proprio fine.
Per cui, attraverso la ragione e la volontà, le passioni, invece di essere
represse, vanno più in profondità.
L’intensità delle passioni non è un ostacolo allo spirito umano, se la ragione
guida il processo passionale.
La ragione si esprime per schemi, ma capisce oltre gli schemi, cioè non è
schematica. Usa simboli, ma li comprende oltre il simbolismo.
Evidenza dell’esistenza di Dio
In
genere i bambini sono istintivamente sinceri, cercano l’affetto e lo danno
senza maschere, e credono in Dio. Ci credono naturalmente, così come
naturalmente tendono a voler ricevere e dare affetto e a essere sinceri. È un
dato grezzo, che non c’entra nulla con lo sviluppo intellettuale.
Dire che con la maturità intellettuale è ovvio che non credano più è come dire
che è ovvio che non siano più spontanei e sinceri. Un’idiozia.
Il fatto è che il credere o meno in Dio non dipende dalla natura, e perciò dalla
verità, ma dai condizionamenti che si sono ricevuti e, eventualmente, anche dalla
volontà.
Ricerca della verità
Nelle
letture spirituali molte affermazioni che sono assolutamente vere vanno
integrate, senza che perdano nulla del loro autentico significato, con altre
espressioni ugualmente autentiche.
Va perciò allargata la visuale e scoperto un senso più pieno.
Ma, soprattutto, certe espressioni vanno integrate con la dottrina della Chiesa
e anche con la propria esperienza autentica.
Se l’uomo non avesse peccato?
Senza il peccato come si sarebbe sviluppato l’uomo? Molto difficile dirlo. Certamente in modo molto diverso dall’attuale, almeno nella sostanza. Probabilmente sarebbe stato tecnologicamente più avanti, ma forse anche meno. Sicuramente vi sarebbe una civiltà dell’amore e tutti sarebbero felici.
Misericordia
Quando
si parla di misericordia, qualcosa non ci torna mai, perché l’amore di Dio ci
supera e sorprende sempre. Prendiamo, ad esempio, il fatto, per molti
scioccante, che vari mistici, beati e anche santi hanno attestato che Mussolini
si è salvato.
Ma la misericordia non contraddice mai la ragione: semplicemente la supera.
La misericordia, infatti, non è a nostra misura, ma alla misura di Dio, e solo
umiliandosi la si può contemplare con stupore.
Umiliarsi, annullarsi davanti a Dio non significa spersonalizzarsi.
A livello psicologico l’uomo non si deve annullare, ma affermare, anche se si
afferma solo mettendo in pratica il Vangelo e, perciò, stimando gli altri e
umiliandosi davanti a Dio.
Umiliarsi davanti a Dio non toglie nulla ma, anzi, dona, così come un qualsiasi
numero, per quanto “grande” sia, davanti all’infinito è niente perché la
“distanza” tra esso e l’infinito rimane infinita, ma quest’ultimo non lo
cancella.
Da questa umiltà nasce il desiderio del Tutto e si capisce, o meglio si
contempla, la misericordia divina.
Ma come fa un tiepido a essere misericordioso? O a stupirsi e a chiedere
umilmente la misericordia?
Realismo
I
principi teologici e dottrinali sono molto utili da conoscere perché ci
manifestano la logica e l’amore di Dio.
Ad esempio, riguardo ai trapianti di organo, la Chiesa, che interpreta il
pensiero divino, è molto aperta, ma fornisce anche altri principi, con cui il quello
della donazione di organi va integrato.
Ad esempio, la regola secondo cui, prima dell’espianto, il donatore deve essere
certamente morto.
Da qui nasce il sano realismo, che è espressione di apertura e verità.
Nella fattispecie, la maggior parte di certi trapianti che oggi si effettuano è illecita, perché certi organi, per essere impiantati con successo, devono essere espiantati con il donatore ancora in vita. Il fatto che molti tacciono su questo, davanti a Dio, non cambia la realtà.
Allo
stesso modo, riguardo all’indulto verso i carcerati, il principio della
rieducazione va integrato con quello della sicurezza pubblica, della
deterrenza, talvolta indispensabile, e dell’espiazione.
Il realismo impone ai politici di domandarsi se un dato indulto sia davvero
utile ai carcerati e al bene comune, tenendo presente la situazione concreta
della società, come ad esempio, in Italia, il fatto che nella grande
maggioranza dei casi i reati non comportano effettiva detenzione.
Discernimento
Apertura e purezza dottrinale sono indispensabili per un autentico discernimento.
Ad
esempio, certi popoli antichi erano molto precisi nel determinare le eclissi, a
cui però attribuivano significati magici o comunque conformi alle loro credenze
pagane.
Anche se i loro risultati erano scientificamente apprezzabili e la metodologia
di calcolo sostanzialmente esatta per i mezzi a loro disposizione, il demonio
poteva interferire anche con eventi preternaturali. Tuttavia, ciò non ha
impedito alla scienza e alla fede di discernere separando la verità dalla
menzogna.
Forse le spiegazioni dei primi scienziati e dei primi evangelizzatori riguardo
alla predizione delle eclissi di questi popoli pagani erano piene di errori, ma
l’intento era scientifico e certamente non magico.
Questi primi evangelizzatori, proprio perché si preoccupavano della verità, erano prudenti, ma senza chiudersi di fronte alle verità dei popoli pagani, al contrario di certi cristiani integralisti di oggi che, forse per contrastare il permessivismo e la faciloneria dei cristiani attuali, vedono tutto ciò che proviene dai pagani come opera esclusiva del demonio.
Così,
mentre certe pratiche e medicine pagane sono da rigettare in tronco, come lo
yoga, altre vanno studiate per essere purificate, come hanno fatto i gesuiti
con l’agopuntura, che a quanto pare può essere utile per alcune cose (ma non è
una panacea universale), purché chi la pratica non faccia alcun riferimento, né
teorico né pratico, a concetti magici o occulti.
Il problema è che in Occidente specialisti di questo tipo sono molto rari o
quasi inesistenti.
Peccato originale e attuale e richiami alla conversione
Schematicamente, il male può manifestarsi attraverso atti in cui:
1. L’azione peccaminosa è solo “materiale”, cioè priva di colpa. Ciò avviene quando manca la capacità di intendere e/o di volere (almeno in quella specifica azione). In questo caso, ordinariamente prevale l’istinto, e l’azione è frutto del peccato originale, essendo una sua conseguenza dovuta al solo condizionamento del peccato originale. È credibile che queste azioni soggettivamente totalmente incolpevoli riguardino una minoranza dei casi.
2. L’azione peccaminosa è dovuta a un condizionamento combinato: quello del peccato originale e quello del peccato attuale (proprio o altrui).
3. L’azione è dovuta principalmente al proprio peccato attuale, pienamente avvertito e deliberatamente accettato.
Quando
la Madonna, nelle apparizioni, richiama alla conversione, si riferisce
soprattutto a quest’ultimo caso.
Il primo caso non potrà mai essere del tutto eliminato.
I tre casi limite sono generalmente collegati tra loro.
Predicazione
La
grazia è legata a un Evento: la salvezza operata da Cristo, e a una Persona:
Gesù Cristo.
È legata all’iniziativa di Dio.
Dall’Evento della salvezza nascono eventi salvifici, tra i quali Dio usa in
modo singolare la predicazione, perché egli vuole che l’uomo sia consapevole.
Arte
Se
facciamo corrispondere il significato di “arte” alla vita, allora vero artista
è chi è sé stesso, cioè chi manifesta la propria originalità.
Perciò chi non pecca è un grande artista, in quanto il peccato deturpa ciò che
si è.
Ed è più artista chi è più santo, cioè chi più è santificato da Dio e risponde
alla sua grazia santificante.
L’arte concreta, invece, è un po’ come la capacità cognitiva rispetto al dono
spirituale dell’intelletto, o come un’opera umanamente buona rispetto alla
grazia. O come una cornice rispetto a un quadro.
Simmetria, bellezza, linguaggio: esprimono valori universali che la natura
umana comprende, ma li esprimono personalizzandoli in modi diversi, cosicché
l’arte è universale e, nello stesso tempo, personale.
L’arte e la bellezza sono un po’ come il cibo: hanno parametri universali. Cioè
certe cose sono belle analogamente a come certe cose sono buone da mangiare, ma
certi valori si personalizzano analogamente a certi cibi, che possono essere
più graditi di altri. Questo dipende anche, ma non solo, dalla propria cultura,
dalle proprie abitudini, dai tempi, ecc.
Inoltre, all’arte occorre educarsi, come occorre educare il palato a
distinguere un sapore da una sensazione come quella che produce il sale, che è
importante per il sapore, ma non vi coincide.
Nello Spirito tutto si spiritualizza e tutto ciò che di spiritualizzato si chiede si ottiene
Se si capisce che anche la materia e il piacere sono in funzione dello spirito e della verità e vi entrano in sinergia, allora si comprende che si può stare sempre nella gioia, integrare ogni caratteristica umana e ottenere sempre ciò che si chiede a Dio.
Condizionamenti spirituali
Forse,
a volte, per permissione di Dio, anche l’azione del demonio può condizionare
invincibilmente un’anima.
Ma a volte il condizionamento invincibile si ottiene con il contributo
dell’accidia, che può essere veniale, se la negligenza non impedisce comunque
un impegno sincero, oppure grave.
Concilio Vaticano II e la tradizione nella Chiesa
Il
Concilio Vaticano II ha proclamato dei PRINCIPI pastorali che vengono prima
dell’azione pastorale concreta e che, quindi, sono irreformabili.
Così come lo sono i principi delle PRASSI consolidate della Chiesa, che di
fatto si basano sul Magistero ordinario.
Allo stesso modo i principi consolidati del discernimento, avendo implicazioni dottrinali, sono irreformabili, come, ad esempio, quello riguardante i carismi, anche straordinari, che possono essere esercitati anche dai laici. Il discernimento pastorale che avviene qui ed ora, però, non è irreformabile, poiché si basa su dei dati che possono essere imprecisi o comunque incompleti in modo decisivo, come quando a San Pio da Pietrelcina fu proibito di confessare. Decisione a cui il santo per primo ubbidì.
Così la Chiesa ha approfondito, ma non cambiato, i PRINCIPI che riguardano la mortificazione e la penitenza, anche se a volte certe linee pastorali pratiche sembrano eccessivamente lasse, non tenendo conto di fattori importanti.
Di fatto, la dottrina oggi guarda meno all’asprezza delle pratiche di penitenza, senza però rinunciarvi, cosicché ordinariamente si dà più importanza alla rinuncia (sia passiva, che consiste nell’accettare gli incomodi della vita, che attiva, che comporta il fare a meno di cose e piaceri leciti e buoni per amor di Dio), che alla durezza delle penitenze e dei digiuni, a cui, però, la Chiesa non rinuncia, ma piuttosto mitiga, consigliando per le penitenze e i digiuni aspri, di lasciarsi guidare dal confessore.
Fede e amore
Il
calore è segno dell’energia vitale e dell’amore, la luce è segno della verità e
della fede.
Le onde elettromagnetiche, che producono la luce visibile, permettono la vita
sulla Terra: le onde infrarosse trasmettono energia e perciò calore, mentre l’energia
della luce visibile viene quasi tutta respinta, cosicché possa avvenire in
superficie la sintesi clorofilliana.
Senza energia, di cui il calore è segno e testimonianza, anche se la luce
producesse la visione, non ci sarebbe vita, analogamente alla fede che, senza
la carità, non dona la vita della grazia.
Ma il Sole non fa distinzione: l’energia che invia serve a far vivere e a far
vedere, che sono funzioni della stessa vita.
Piacere, dolore, emozioni
Dipendono dai ricettori nervosi, ma anche dal cervello dove vengono vissuti.
Non a caso si può sognare di udire musiche celestiali provando emozioni fortissime, fino alle lacrime, o gustare odori e sapori formidabili, spesso più che nella vita reale.
Gaudio intellettuale
Il gaudio intellettuale naturale, indipendentemente dall’oggetto della disciplina che si studia e verso cui si è attratti, ha una soglia legata alla natura umana.
Il gaudio soprannaturale, invece, anche se non infinito, non ha una soglia fissa e può dilatarsi anche di molto. E non di rado agisce anche sul gaudio naturale, che perfeziona, eleva e porta a compimento.
Comunicazione
La comunicazione umana, avvenendo per simboli, cioè in modo discreto, è composta da “schemi”.
Qui sta la grande “sofferenza” del comunicare.
Di per se infatti la grammatica e i simboli non tengono conto del continuo, e perciò della vita, della sinergia, del tutto, ecc. L’uomo però ha un intelletto che supera gli schemi, attraverso cui può capire, almeno nelle cose essenziali, il senso della comunicazione e personalizzarne il messaggio, soprattutto se è illuminato dalla grazia. Tenuto conto di queste premesse, la comunicazione schematica rimane utile per semplificare, focalizzare, evidenziare un dato punto di vista anche quando non è l’unico, mettere dei paletti, evidenziare un dato certo, ecc.
Pensare un concetto a volte è un po’ come il vedere un orologio con la cassa trasparente in cui, oltre alle lancette che danno una data ora, si vede anche il meccanismo in funzione.
Promesse divine
Le promesse generali di redenzione di Dio ad Adamo ed Eva riguardano anche i pagani, così come i Comandamenti, che sono iscritti nel cuore dell’uomo, anche se per i pagani è più difficile “leggerli” a causa del peccato originale.
Il popolo di Israele in più ha avuto delle promesse specifiche di redenzione, la rivelazione dei Comandamenti, e la Legge mosaica che, però, è meno dei Comandamenti, anche se a volte, per la durezza del cuore umano, permetteva cose che Comandamenti non prevedevano.
Il popolo cristiano è il popolo della realizzazione delle promesse, della legge nuova, del comandamento nuovo, che non sostituisce il Decalogo, della grazia di Cristo e dei Sacramenti.
Ma, come dice la Chiesa, i Sacramenti non sono l’unica via di salvezza, cioè non sono l’unica via in cui si manifesta la grazia: anche se sono la strada maestra, la loro influenza supera i confini della Chiesa.
Inoltre Gesù ha detto che ci sono delle pecore che non sono del suo ovile e che vanno raccolte con le altre, cioè vanno condotte alla Chiesa, ma in qualche modo sono già sue.
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