venerdì 6 marzo 2026

Brevi catechesi - 2025

BREVI CATECHESI - 2025

 

Sulla morte di Papa Francesco (Stilum curiae 21 Aprile 2025 alle 17:51).

Il mio giudizio su Papa Francesco non piacerà a nessuno, né ai conservatori, né ai progressisti.
Penso, infatti, che abbia fatto non solo cose buone, ma anche grossi danni; che abbia favorito i nemici della Chiesa, ma che sia stato anche il Papa adatto ai nostri tempi.
Un Papa, se così si può dire, clericalista ma di segno contrario, adatto a scardinare quel clericalismo diffuso che tanto nuoce alla Chiesa anche a costo di danneggiarla. Fu un clericalista anticlericalista.
Non era eretico, ma non ha difeso la fede come doveva, favorendo di fatto l’errore.
Per venire incontro alle fragilità umane è stato giustamente molto flessibile, ma senza assicurarsi sempre che la mentalità elastica di chi lo ascoltava fosse fissata nella solidità dottrinale.
Come nel bungee jumping la flessibilità è un bene, ma l’elastico deve essere fissato in qualcosa di rigido e non deve essere troppo lungo, altrimenti ci si sfracella.
Nell’Amoris laetitia, ad esempio, un documento in realtà straordinario, non mette tutti i paletti che andavano messi, ma apre dei “processi”. Di conseguenza molti hanno capito fischi per fiaschi.
E poi la Pachamama, l’elogio alla Bonino come politica, il circondarsi di collaboratori in odore di abusi su minori o omosessuali, e altro ancora.
Penso abbia dato degli scandali, ma anche aperto dei processi che vanno continuati.
Io sono un boomer che ha vissuto la propria fede dopo il Vaticano II, un Concilio legato alla Tradizione ma anche aperto ad esplorare tutte le possibilità in cui l’amore di Dio può manifestarsi nella verità.
Un Concilio che ha fatto riscoprire l’amore di Dio piuttosto che il timore, il mettersi direttamente davanti al Signore senza rinnegare la mediazione della Chiesa e l’importanza della liturgia. Un Concilio che, senza rinnegare la razionalità, ha coinvolto anche il sentimento nel seguire la verità e ha anticipato il Sessantotto limitandone un po’ i danni.
Credo che Papa Francesco fosse in buona fede e prego per lui, e penso che il suo pontificato sia servito per mettere a soqquadro la casa come quando si fanno le pulizie di Pasqua, ma ora spero in un Papa che possa riordinare tutto nel modo migliore.

 

L’antiideologia favorisce l’ideologia?

Topolino non esiste nella realtà, per cui il topolinismo in sé stesso non esiste.

Esiste invece il non topolinismo, ma allo stesso modo con cui esiste il non reale o il non esistente.

Di per sé, perciò, in natura non esiste l’antitopolinismo, perché non esiste ciò che si contrappone a ciò che non esiste, così come non esiste ciò che favorisce ciò che non esiste.

Di fatto ideologie come il topolinismo, il liberismo, il razzismo, ecc., non esistono in natura ma sono prodotti di laboratorio, sono cioè effetti del peccato dell’uomo (il topolinismo è un effetto diretto della follia dell’uomo, che è effetto indiretto del peccato).

Di conseguenza l’antitopolinismo (come l’antiliberismo e l’antirazzismo) non esistono come categorie naturali, perché non sono categorie naturali ciò a cui si contrappongono.

Sarebbe un po’ come dire di credere nell’esistenza della particella atomica dell’antielettrino pur non essendoci traccia di nessun tipo di elettrino.

Possono però esistere i topolinisti (e i liberisti, i razzisti, ecc.), cioè coloro che, per lo più alienati, credono che Topolino esista realmente e, in tal senso, e solo in tal senso, esistono realmente gli antitopolinisti, che esistono solo in funzione di chi crede realmente nell’esistenza di Topolino.

Ma poiché in questo caso basta e avanza dire di non essere topolinista, il termine antitopolinista facilmente potrebbe assume un valore ideologico.

E di fatto lo assume, perché chi si fa chiamare “anti” perché non gli basta “essere non”, lo fa perché considera il topolinismo una categoria naturale. Cioè lo fa per ideologia. O, almeno, per ideologia internizzata.

 

Fatima e la guerra russo ucraina (Gloria TV 27 aprile 2025)

Il Trattato di Maastricht, con cui nasceva l’Unione Europea, fu firmato dal governo Andreotti VII nel 1992, e precisamente dal ministro socialista De Michelis, ed è entrato in vigore nel 1993.
Poco dopo, i partiti di quel governo sarebbero stati spazzati via dall’inchiesta Mani Pulite.

Tale trattato prevedeva, con la nascita della moneta unica, anche la nascita della Banca Centrale Europea, la BCE, la banca delle banche, totalmente svincolata dagli Stati e perciò totalmente in mano ai privati.

L’UE, perciò, non si fonda sui popoli ma sulla finanza, tanto che le decisioni importanti vengono prese nelle “commissioni” da persone non elette da nessuno. Commissioni che, sebbene espressione di una straordinaria libertà della finanza privata, vogliono decidere su tutto, anche su cosa deve mangiare il popolo.

Parafrasando Venditti, non è a scuola, ma nell’UE, che Nietzsche e Marx si danno la mano: l’UE ha integrato il peggio dell’ideologia individualista e liberista col massimo dell’ideologia collettivista e socialista.

Come è stato possibile?

Attraverso un lungo processo centrato nella rivoluzione del Sessantotto, rivoluzione liberal-marxista, borghese ed elitaria, che ha teorizzato perfino una rivoluzione nella rivoluzione, la “rivoluzione sessuale”, arrivando perfino ad approvare, a causa di vari filosofi come, in Italia, il comunista Mario Mieli, la pedofilia.

Dopo il Sessantotto è stato approvato il divorzio, poi l’aborto, fino ad arrivare all’inginocchiarsi supino delle istituzioni all’ideologia gender e LGBT.

Da questo processo di scristianizzazione aveva messo in guardia la Madonna apparendo a Fatima ai tre “pastorelli”. Ella, il 13 luglio del 1917 disse loro: “La guerra (la Prima guerra mondiale) sta per finire, ma se non smetteranno di offendere Dio, sotto il regno di Pio XI ne comincerà una peggiore… Per impedire tutto questo, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice i primi cinque sabati. Se si ascolteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e si avrà pace; se no, essa diffonderà i suoi errori nel mondo, provocando guerre e persecuzioni alla Chiesa”.

Ma gli uomini, in modo particolare i cristiani, e specificatamente i cattolici, che erano quelli che più di tutti potevano rispondere alle parole di Maria, hanno continuato a offendere Dio, per cui la Russia non è stata consacrata al Cuore Immacolato di Maria e ha diffuso i suoi errori, che, sostanzialmente, erano il materialismo e l’ateismo.

Così, nel 1931, suor Lucia, una delle veggenti di Fatima, che nel frattempo si era fatta monaca carmelitana e continuava ad avere apparizioni e locuzioni dal Cielo, scriveva al suo direttore spirituale le seguenti parole della Madonna: “Non hanno voluto ascoltare la mia richiesta… Come il Re di Francia lo faranno, ma sarà tardi”.

Qui la Madonna si riferisce al Re di Francia Luigi XIV, detto Re Sole, a cui Gesù, tramite Santa Margherita Maria Alacoque, chiese di consacrare sé stesso e la Francia al Sacro Cuore di Gesù, cosicché la Francia sarebbe vissuta nella prosperità e avrebbe portato nel mondo la fede e la giustizia.

Ma il Re non volle farlo, e non volle farlo nemmeno Luigi XV, suo successore, e nemmeno Luigi XVI, se non quando era prigioniero, prima di essere ghigliottinato nel corso della Rivoluzione francese.

Le profezie e le promesse del Cielo, infatti, generalmente sono condizionate, cioè si realizzano più o meno a seconda della risposta dell’uomo, per cui sono anche urgenti, cioè legate ai tempi: prima si eseguono, meglio è; più tardi si ubbidisce, o, peggio ancora, se non si ubbidisce, peggio è.

Dio, poi, fa concorrere tutto al bene, ma se si facesse sempre come Egli ci chiede, così come ha sempre fatto Maria Vergine, si eviterebbero tanti mali e la grazia sovrabbonderebbe.

Nel 1936 suor Lucia scrive ancora: “Se il mondo non si converte, la Russia sarà lo strumento del castigo scelto dal Cielo per punire il mondo, se prima non otteniamo la conversione di quella povera nazione”.

Il mondo non si convertì nemmeno allora, cosicché la Russia continuò ad essere sotto il comunismo, i cristiani ad essere perseguitati, e poco dopo scoppiò la Seconda guerra mondiale.

Perciò davvero la Russia potrebbe essere lo strumento con cui Dio, vista la disubbidienza dei cristiani, punirà il mondo, soprattutto quello occidentale, che ormai, imbevuto degli errori del materialismo e dell’ateismo sparsi dalla Russia attraverso l’ideologia social-comunista, ha apostatato la fede e perciò moralmente è in una situazione peggiore del resto del mondo.

L’Occidente di oggi è in una situazione morale peggiore anche di quella della Russia di oggi, perché nel frattempo, nel 1984, questa è stata consacrata al Cuore Immacolato di Maria (all’inizio suor Lucia disse che quella consacrazione non era quella richiesta, in quanto la Russia non era stata nominata esplicitamente, ma in seguito, avendo probabilmente avuto conferma dal Cielo, dirà che era quella che Maria si attendeva).

Una consacrazione tardiva, ma che comunque nel 1985 ha evitato l’invasione dell’Europa da parte dell’Unione Sovietica (notizia che si è risaputa dopo la caduta del comunismo), che allora era la più grande potenza militare del mondo. Infatti, poco dopo la consacrazione della Russia, un’esplosione distrusse il centro direttivo militare dell’URSS.

Ma tutto ciò non è ancora bastato perché la Russia si convertisse e per fermare il degrado morale dell’Occidente, ormai divenuto ex cristiano.

Cosicché oggi le guerre, fomentate dagli errori del materialismo e dell’ateismo, sono istigate soprattutto dall’Occidente neoimperialista, come le due guerre irachene, le guerre israeliane, le guerre africane.

Perfino l’islamizzazione è incentivata dall’Occidente in funzione anticattolica.

Inoltre, i cristiani, oltre a essere perseguitati in molti Paesi islamici, lo sono nello stesso Occidente; basti pensare a chi si oppone all’ideologia gender e LGBT o all’aborto.

Per questo non sono affatto d’accordo con padre Livio di Radio Maria, che pure stimo molto, quando dà la colpa della guerra russo-ucraina esclusivamente alla Russia, mentre è soprattutto dell’Occidente, che l’ha cominciata nel 2014 fomentando un colpo di Stato in Ucraina e la susseguente abolizione dei partiti filorussi.

Inoltre, non si può pensare che la guerra russo-ucraina non sia una guerra anche per l’egemonia di un’ideologia anticristiana e perversa, tanto più perversa in quanto espressione di apostasia.

Non è vero, come dicono alcuni, che Putin voglia conquistare Roma: Roma, cioè la Chiesa, la vogliono conquistare i nemici della Chiesa che dirigono e corrompono le società occidentali.

Tanto più che la Russia di oggi si sta sforzando di riscoprire i valori tradizionali, come quello della famiglia. Tanto che, per limitare gli aborti (l’URSS comunista fu il primo Paese del mondo ad approvare una legge che permetteva l’aborto), in Russia è stata approvata una legge che impedisce di eseguirli nelle cliniche private, mentre un’altra legge vieta di fare propaganda per non avere figli, e c’è il divieto di propaganda dell’ideologia LGBT. Inoltre, il 2024 è stato proclamato anno della famiglia.

Sì, perché è proprio sulla famiglia che, secondo suor Lucia di Fatima, si gioca il futuro del mondo.

Tanto che, in una lettera a mons. Caffarra, che sotto papa Giovanni Paolo II fu responsabile del Pontificio Istituto per la Famiglia, scrisse: “La battaglia finale tra il Signore e il regno di Satana sarà sulla famiglia e sul matrimonio”.

 

Povertà evangelica e pauperismo (Gloria TV 8 giugno 2025)

Nel Vangelo di Luca Gesù dice: Beati i poveri, mentre, nel Vangelo di Matteo, dice: Beati i poveri in spirito.

Le due espressioni non vanno isolate, ma integrate: non si può essere davvero poveri se non si è poveri in spirito, cioè se non si fa la volontà di Dio; e non si può essere poveri in spirito se in qualche modo non si è poveri.

Il vantaggio dei poveri materiali è che sono già avviati verso la povertà spirituale, così come la genitorialità biologia “avvia” a quella spirituale, che è essenziale.

Infatti, la povertà in spirito comprende la povertà come la genitorialità spirituale comprende quella biologica e la carità comprende l’autentico amore umano.

Come l’amore verso Dio si dimostra amando e servendo il prossimo, e la genitorialità spirituale si dimostra attraverso una vicinanza reale, così la povertà spirituale si dimostra col farsi in qualche modo povero concretamente.

Se i beni materiali devono servire ad essere beati, allora devono essere usati per diventare tali poveri.

Vendere tutto e seguire Gesù imitandone la vita, è riservato ai religiosi, mentre ai laici “basta” rinunciare a sé stessi, prendere la propria Croce e seguire Gesù attraverso l’applicazione del Vangelo: qui c’è tutto lo spirito della povertà evangelica, perché la vera povertà spirituale, non è fare la propria volontà, ma quella di Dio.

Ma come devono agire i laici per vivere anche concretamente la povertà evangelica? Cioè per essere poveri?

Gesù parla di disonesta ricchezza: se la ricchezza fosse onesta, non esisterebbero i poveri, così come, se la democrazia fosse autentica, o, almeno, fosse piena, non ci sarebbero le ingiustizie e i poveri. Ma poiché ci sono addirittura gli aborti, regna la tirannia.

Il fatto è che le ingiustizie sono favorite da quelle che la Chiesa chiama le strutture di peccato, che sono dovute alla sedimentazione di tanti peccati personali e che fanno sì che anche le ricchezze degli onesti siano strutturalmente ingiuste di fronte ai poveri. Tali strutture, infatti, agiscono come uno stampo con un’imperfezione che viene riprodotta su ogni pezzo stampato.

Di conseguenza i ricchi che ambiscono alla povertà spirituale devono fare del bene con le proprie ricchezze e agire per cambiare la società in modo più giusto, anche non rispettando certe regole ingiuste.

Le ricchezze perciò non vanno bramate, perché l’avidità porta a fare la propria volontà in contrapposizione a quella di Dio. Ma se ci sono, vanno usate come le medicine: solo quando è necessario per la salute, altrimenti fanno male.

 

L’onestà origina dalla castità (Gloria TV 15 giugno 2025)

Scrive San Paolo: “Fuggite la fornicazione! Qualsiasi altro peccato che l’uomo commetta è fuori dal suo corpo, ma chi si dà alla fornicazione pecca contro il proprio corpo”.

Non che la fornicazione sia il peccato più grave, anche se è mortale. L’omicidio, ad esempio, è più grave, ma la fornicazione intacca più direttamente le capacità dell’uomo di relazionarsi con Dio e con gli altri.

Intacca ciò che siamo, ci aliena, perché il corpo è il tempio di Dio e l’unione con Cristo avviene attraverso il corpo: basti pensare all’Eucaristia, che nutre l’anima entrando nel corpo.

La fornicazione, e in senso più generale l’impurità, in un certo senso è, rispetto agli altri peccati, quella che più ricorda il peccato originale.

Cosa ha prodotto il peccato originale? Oltre a rompere la comunione dell’uomo con Dio, caratteristica di ogni peccato mortale, ha anche cambiato l’uomo nel suo intimo, deturpandone parzialmente la natura. Cioè lo ha inclinato al peccato. Così l’impurità, in modo particolare, favorisce tutti i peccati.

Non che tutti i fornicatori siano assassini, sfruttatori dei poveri, ladri… Ma è da supporre che tutti gli assassini, sfruttatori, ladri… siano impuri, se non nei fatti concreti, nel pensiero.

Una volta, per dire che una donna era casta (ma vale anche per l’uomo), si diceva che era onesta.

In effetti la castità ha molto a che fare con l’onestà, perché chi è casto non solo rispetta sé stesso, ma anche gli altri. Non sfrutta il loro corpo, non lo rende un prodotto di mercato e, perciò, è onesto e indotto alla carità.

Chi rispetta sé stesso e il prossimo tende ad amare il prossimo come sé stesso.

Per questo negli Stati Uniti si guarda molto alla vita privata dei politici: se tradiscono il coniuge di nascosto, cioè ingannandolo nonostante la promessa di fedeltà, si presuppone che siano disonesti e che, perciò, possano non mantenere le promesse fatte in campagna elettorale e che possano nascondere i loro veri fini politici.

La purezza ha molto a che fare con l’onestà e, perciò, anche con la giustizia. Nel Discorso della montagna Gesù ha detto che sono beati sia i poveri in spirito, sia chi ha fame e sete di giustizia…, sia i puri di cuore (la purezza di cuore in sé stessa comprende la castità).

Le Beatitudini sono inseparabili: i poveri evangelici sono anche giusti, pacifici… e puri.

Se si separano, le Beatitudini si banalizzano. Cosicché, ad esempio, chi vuole la pace ma non è anche casto, allora non è un operatore di pace, ma un pacifista, che può avere delle ragioni, ma non la ragione.

 

Il numero degli angeli e l’infinità di Dio (Gloria TV 20 giugno 2025)

Dio è l’Essere infinito. L’infinità è una caratteristica propria di Dio.

Se Dio creasse un essere infinito, questo essere sarebbe Dio. Ma, poiché è creato, non potrebbe essere Dio. Sarebbe una contraddizione. E il Dio creatore di Dio non sarebbe più l’Unico, per cui non sarebbe Dio. Un assurdo.

Per questo Dio non può creare un essere infinito. E questo “non potere” non è un limite, ma manifesta proprio la sua onnipotenza. Perché, se potesse farlo, non sarebbe più l’Onnipotente e l’Unico. Dunque, in questo caso, il “non poter fare” rivela la perfezione del suo potere infinito, così come il suo non poter fare il male rivela la perfezione del suo bene infinito.

Se l’universo fosse infinito, come alcuni dicono, avrebbe, anche se solo materialmente, mentre Dio è puro spirito, una caratteristica tipica di Dio. Ma la sola materia non può spiegare e giustificare la propria esistenza, per cui l’universo non può essere infinito.

Allo stesso modo, neppure le creature di Dio possono essere infinite, nemmeno nel numero. Se il numero degli uomini fosse infinito, allora noi, visto che Dio ci ha creato, non potremmo non esistere. Ma, invece, esistiamo perché Dio ci ha pensato e voluto singolarmente.

Dio ci ha scelti tra un’infinità di possibilità; di conseguenza, la probabilità che ognuno di noi esista sarebbe una su infinito, cioè zero. Noi, infatti, non siamo nati per caso o per fortuna, non siamo il frutto di un’estrazione a sorte, ma esistiamo perché Dio ci ha voluti.

Per Dio creare mille miliardi di uomini o uno solo è uguale: ognuno di noi, che non aveva nessuna possibilità di esistere, è stato chiamato da Dio, per nome, dal nulla.

Ora, se le creature umane non sono infinite, non lo sono nemmeno gli angeli. Ma per i Padri della Chiesa, san Tommaso d’Aquino e altri teologi, il numero degli Angeli supera di gran lunga quello degli uomini. Scrive san Tommaso nella Summa Theologiae: “Il numero degli Angeli è grandissimo, superiore a quello di ogni moltitudine creata” (I, q. 50, a. 3).

Anche i mistici confermano questo.

Santa Francesca Romana affermava che gli Angeli sono “migliaia di migliaia di volte più numerosi degli uomini”.

Santa Brigida di Svezia, nelle sue Rivelazioni, riferisce: “Il numero degli Angeli rimasti fedeli è innumerevole” (Rivelazioni, Libro VI).

Santa Ildegarda di Bingen vide in visione la caduta degli angeli ribelli, un terzo degli spiriti celesti; ma precisò che questo “terzo” non deve essere compreso in senso matematico, perché i buoni rimasti in cielo erano “incomparabilmente più numerosi” dei dannati.

Anche la beata Anna Caterina Emmerich testimonia che “il numero delle schiere celesti era come un mare senza confini”.

Santa Veronica Giuliani, nei suoi scritti, dichiara che “gli Angeli buoni sono così numerosi che non vi è mente umana o angelica che possa enumerarli”.

Inoltre, la stessa santa Brigida riporta che “il numero degli Angeli fedeli è talmente grande che, se ogni stella del cielo fosse contata come un Angelo, ancora non basterebbe” (Rivelazioni, Libro IV).

Anche il venerabile Bartolomeo Holzhauser riferisce che: “La moltitudine degli Angeli è immensa, e le schiere dei ribelli non sono che una piccola parte”.

Perciò, tra gli Angeli, il bene ha prevalso. I teologi e i mistici concordano: gli Angeli buoni sono immensamente più numerosi di quelli caduti.

Così vediamo la bontà infinita di Dio, che crea non per caso né per necessità, ma per amore e per ordine. E ogni creatura esiste perché da Lui è stata voluta e amata.

 

Carità nella verità (Gloria TV 2 luglio 2025)

L’uomo può compiere opere compatibili con la verità, ma che non contengono il bene. Ciò avviene quando le intenzioni non corrispondono al fine delle opere, come quando, per seguire la lettera della legge, se ne contraddice lo spirito.

In tal caso la giustizia viene identificata con la legge, il bene viene identificato con la legge, la verità viene identificata con la legge, cioè con la lettera della legge.

Nel rapporto di Gesù coi samaritani, questo concetto appare in modo molto chiaro.

Ad esempio, nell’episodio in cui Gesù guarisce dieci lebbrosi e ordina loro di andare a presentarsi ai sacerdoti del tempio, così come prescrive la legge mosaica in caso di guarigione, solo un samaritano ritorna a ringraziare: uno che non seguiva la legge mosaica e che, disubbidendo alla sola lettera del comando di Gesù, ne adempie perfettamente lo spirito e perciò adempie anche allo spirito della legge mosaica (a presentarsi ai sacerdoti, infatti, ci sarebbe comunque andato successivamente).

Il buon samaritano del Vangelo, che pure non segue la legge mosaica, dimostra che c’è più verità nella bontà che non nella sola giustizia della legge, e dimostra che adempie meglio la legge chi è buono che non colui che ne conosce bene la lettera ma non lo spirito.

Ciò però non toglie che, quando Gesù incontra una samaritana presso il pozzo di Giacobbe, le dica senza mezzi termini che la salvezza non viene dai samaritani, ma dai giudei. Una verità importante, perché Gesù, che è l’unico Salvatore, viene dai giudei.

E se questa è una “chiusura”, e in un certo modo lo è, è anche un’apertura: è una chiusura all’errore, ma è un’apertura alla grazia, perché non è la perfezione delle opere, di cui nessuno si può vantare, poiché nessuno ha sempre operato perfettamente, ma è la perfezione della grazia, che è opera di Dio e perciò sempre perfetta, che dona la salvezza. È la grazia che rende perfette, e perciò gradite a Dio, le opere umane.

Noi siamo imperfetti, ma se amiamo, cioè se siamo buoni, come Gesù ha detto di essere, l’amore di Dio è perfetto in noi. Parola di san Giovanni apostolo.

 

Trasformare i rimpianti in nostalgia di Dio (Gloria TV 4 luglio 2025)

Gesù dice che chi vuole salvare la propria vita la perde, ma chi la perde a causa sua e del Vangelo la salva.

Cioè: non solo va in Paradiso, ma la salva anche in questa vita, dandole un senso.

C’è più gioia in una vita provata ma con un senso che in una vita facile ma disperata perché senza senso.

Semplicemente perché la vera gioia non dipende da cause temporali, mentre la falsa gioia è legata a ciò che passa e, perciò, dà un senso di vuoto, di disperazione.

Di fatto, a un certo punto della vita, se tutto va bene, ci si ritrova col bicchiere mezzo vuoto, e il più delle volte quasi vuoto. Eppure, da giovani si era immaginato che sarebbe stato pieno.

Ma i sogni dei giovani (e non solo) sono come progetti meccanici tracciati senza tenere conto dell’attrito o della dispersione di calore: belli, ma irrealizzabili, perché non coerenti con la realtà.

Tutti sognano la felicità, ed è giusto, solo che spesso la si lega all’assenza della sofferenza e ai piaceri, e non a ciò che non passa. E poiché la sofferenza fa parte della vita e i piaceri, da soli, non hanno senso, i sogni non si realizzano o, quando si realizzano, non danno ciò che da essi ci si aspettava.

In genere, infatti, tutti sono inclini a pensare che la felicità consista in una serie di successi, per cui le sconfitte e le rinunce non vengono prese in considerazione, ma vengono viste come un ostacolo alla propria realizzazione. Quindi, quando arrivano, non si vede più ciò che c’è dentro il bicchiere, neanche quelle cose belle secondo la natura umana, quei piaceri leciti concessi da Dio, che pure hanno condizionato e continuano a condizionare la vita, ma si vede solo ciò che manca perché il bicchiere sia pieno. E c’è un senso di vuoto.

Ma i nostri vuoti devono diventare i nostri punti di forza.

Noi non siamo Dio: siamo limitati. Abbiamo bisogno innanzi tutto di Lui, ma anche degli altri, che ci piaccia o no, perché Dio ha voluto così.

Anche i nostri limiti definiscono chi siamo.

Come il Figlio, incarnandosi, ci ha redenti adoperando quello che ha trovato, cioè il peccato, la sofferenza e la morte, così come un artista può creare un capolavoro con i materiali che ha a disposizione, allo stesso modo noi dobbiamo scoprire il tesoro della salvezza, fonte di ogni gioia, da quello che abbiamo: la nostra vita. Cosicché i rimpianti si trasformino in una sorta di nostalgia di Dio, che già ora si manifesta in coloro che credono.

 

La fede scaccia ogni paura (Gloria TV 5 luglio 2025)

L’evangelista Giovanni racconta come i parenti di Gesù, visti i segni che compiva, lo spingessero ad andare a Gerusalemme in occasione della festa delle Capanne, per strabiliare i Giudei ed essere riconosciuto pubblicamente come l’inviato di Dio. Gesù, però, non li asseconda e a Gerusalemme ci andrà solo in un secondo momento, di nascosto e senza pubblicità.

L’evangelista commenta: “Neppure i suoi fratelli, infatti, credevano in lui”.

Cioè: credevano nei suoi miracoli, credevano probabilmente che fosse il Messia, ma non credevano in lui, ovvero non si fidavano. Non credevano che ciò che faceva fosse la cosa giusta.

San Paolo direbbe che lo conoscevano solo secondo la carne.

Avevano una fede naturale, non soprannaturale, un po’ come quando noi, anche se abbiamo fede, abbiamo paura di ciò che Dio potrebbe volere da noi. Crediamo, ma non fino a fidarci.

Cioè: la nostra ragione accetta la fede che si manifesta in modo soprannaturale, ma, se così si può dire, a certe condizioni la accetta con criteri naturali e non tramite la grazia che Dio ci ha donato.

Per avere fiducia in Gesù occorre conoscerlo davvero, per cui occorre avere confidenza con Lui.

Se ti confidi, ti fidi; e se ti fidi, ti confidi.

Disse un giorno Gesù a suor Consolata Betrone: “Mi piace tanto la confidenza cieca, infantile, senza limiti, immensa, che tu hai in me… Non lasciar mai, neppure per un istante, che il nemico penetri nella tua anima con un pensiero di diffidenza. Mai! Credimi sempre e solo buono”.

Per avere questa confidenza un aiuto formidabile e indispensabile è Maria, madre della tenerezza, madre dell’accoglienza, modello di ogni maternità.

Tutte le caratteristiche della maternità sono in Maria al di là di ogni aspettativa.

Scrive san Luigi Maria Grignion de Montfort: “Ella vi fa entrare con confidenza e vi mantiene nella santa presenza di Gesù”.

 

La strana logica della Misericordia attraverso una parabola (Gloria TV 18 luglio 2025)

Due uomini che avevano un debito con un ricco signore, furono convocati alla sua presenza.

Uno aveva un debito di 10 euro, e l’altro di 1 milione di euro.

Il ricco signore, una specie di Paperon de Paperoni impazzito, o, piuttosto, rinsavito, nel senso che non aveva piacere nell’accumulare, ma nel donare, chiamò prima quello che gli doveva 10 euro, e aprendo il suo deposito in cui montagne di monete d’oro, pietre preziose e banconote, si estendevano a perdita d’occhio, gli disse: “Ti condono i 10 euro perché voglio che tu partecipi alla mia ricchezza. Approfittane”.

Il ricco signore, infatti, era così generoso che il condono del debito era una conseguenza della sua generosità, e non il limite, che era lasciato al suo debitore.

Ma il debitore, che era un uomo giusto, pensò: “Perché dovrei approfittarne? Accetterò il condono, ma non altro: in fondo ho un buono stipendio e non ho bisogno di nessuno e non voglio avere dipendenze”.

Poi il ricco signore chiamò colui che gli doveva 1 milione di euro e gli fece la stessa proposta: “Voglio che partecipi dei miei beni, per cui condonandoti il debito, ti invito a prendere tutto ciò che pensi possa esserti utile”.

Il debitore, visto che il signore gli aveva condonato ben un milione di euro, credette nella sua generosità e ne approfittò eccome, tanto che gli chiese in prestito una carriola che era nel deposito per trasportare tutte le ricchezze che vi entravano fino alla sua auto.

Solo il secondo debitore, perciò, ha approfittato della bontà del signore, che aveva offerto le sue ricchezze anche al primo, che non si è fidato.

Per questo un grande peccatore che si converte spesso, agli occhi di Dio, supera molti giusti: il perdono di Dio non si limita a cancellare il debito, ma è un atto di amore.

Non è un atto burocratico, come quando lo stato concede la grazia a un prigioniero e si limita a farlo uscire, ma è un atto di amore. O, se vogliamo, l’amore in atto. Cioè misericordia.

E l’amore non cancella soltanto il debito, cioè non si limita a chiudere un occhio, o a essere di manica larga, ma dona, perché dona sé stesso.

Il perdono, perciò, è un dono che va oltre la semplice cancellazione di un debito.

 

Papa Leone XIV: la rivoluzione di un controrivoluzionario (Gloria TV 7 luglio 2025)

Il Papa è il Papa, chiunque esso sia. In questo senso, dire Pietro il Galileo, martire, o Giovanni XII, che fonti storiche concordanti dicono che invocasse i demoni quando giocava a dadi, bestemmiava e celebrava Messa in stato di ebbrezza (e molto altro), è la stessa cosa. La stessa dignità di ministero, la stessa autorità…

Pietro e Giovanni XII: uguali in tutto, fuorché nelle virtù.

In tal senso, c’è Papa e Papa.

Leone XIV dà l’idea che sia un grande Papa.

In vent’anni, infatti, rivoluzionerà la Chiesa o, meglio, la riformerà, perché lui è tutt’altro che un rivoluzionario.

La sua è una “controrivoluzione”, una “controriforma” che riforma.

Non vuole una Chiesa personalizzata: la Chiesa di Leone. Vuole la Chiesa con Leone al suo servizio.

Per questo si concede poco ai media.

Se Il Gattopardo diceva: “Cambiare tutto per non cambiare nulla”, il motto di Papa Leone, invece, sembra essere: «Non cambiare nulla per cambiare tutto».

Nel senso che lui va a piccoli passi, per non spaccare la Chiesa.

Di fatto, dopo molti anni, è tornato a citare l’enciclica Humanae vitae e l’esortazione apostolica Familiaris consortio. Per dirla con l’astronauta Armstrong quando mise per la prima volta piede sulla Luna: “Questo è un piccolo passo per un uomo, ma è un grande passo per l’umanità”.

Un piccolo passo ma che, a quanto sembra, ha scosso la potentissima lobby gay del Vaticano.

Sia chiaro: Papa Leone continuerà a tenere aperte le porte della Chiesa, ma sta già mettendo dei paletti invalicabili alle idee dei teologi fai-da-te.

Non a caso ha ripreso a parlare di annuncio del Vangelo, di antropologia cristiana e di legge naturale.

Passi impercettibili, come la deriva dei continenti, ma che denotano che Papa Leone XIV sta al timone.

 

Il fariseo e il pubblicano: fare ed essere (Gloria TV 7 agosto 2025)

Il fariseo della parabola evangelica che, salito al tempio, ringraziava il Signore perché non era come i peccatori e, perciò, tornò a casa con tutti i suoi peccati, pensava che bastasse fare le opere (della legge) per poter essere buono. Era soddisfatto per ciò che aveva fatto e, di conseguenza, per ciò che pensava di essere. Il pubblicano, invece, che chiese perdono a Dio soprattutto per quello che era, cominciò a essere una persona nuova, e tornò a casa senza più i peccati che aveva fatto.

Solo se si è buoni si può fare qualcosa di buono. Anzi, solo in Cristo si può fare qualcosa di buono, perché solo Dio è buono: “Senza di me non potete fare nulla”, dice Gesù.

Se occorresse solo seguire la legge, allora il fariseo avrebbe ragione a essere contento, ma occorre essere nell’amore, e il pubblicano, attraverso il dolore di aver offeso Dio, ha dimostrato di esserlo.

La legge da sola, senza l’amore, non libera dai vizi che, anche se non si manifestassero all’esterno, condizionano l’essere.

Per questo Gesù dice che anche il solo desiderio (accettato dalla volontà) di commettere adulterio è già adulterio: non è il fare, ma l’essere, a determinare chi siamo; il fare è solo una conseguenza dell’essere.

E per questo Gesù dice anche che, nonostante le elemosine che facevano, i farisei rapinavano le vedove dei loro averi: le rapinavano giocando coi cavilli della legge, interpretandola non attraverso il suo fine, cioè la misericordia, ma attraverso ciò che loro erano, per poter fare quello che volevano.

 

Lo “spirito” del Concilio Vaticano II: un’invenzione dei modernisti che fa comodo anche ai tradizionalisti (Gloria TV 15 agosto 2025)

Il Concilio Vaticano II è frutto dello Spirito Santo e non va interpretato, ma applicato.

Non va spiritualizzato, ma tradotto in norme pastorali attraverso la lettera che, essa sì, deve avere uno spirito, che è esattamente quello espresso dai documenti del Concilio.

Il fantomatico “spirito” del Concilio fa comodo ai tradizionalisti che, non potendo trovare eresie nei suoi documenti, fanno appello a uno spirito eretico.

I modernisti, invece, non trovando neanch’essi quelle eresie che speravano di trovare, dicono che occorre applicarne lo spirito, che sottintendono aperto alle eresie per il semplice fatto che è aperto alla società civile e al mondo, come se, fin dall’inizio, la Chiesa non fosse stata aperta al mondo, e precisamente alla cultura greco-romana, di cui ha purificato ed elevato i contenuti.

I primi, i tradizionalisti, vogliono far tacere lo Spirito Santo: ha soffiato abbastanza ed è ora che la smetta, mentre i secondi, i modernisti, fanno di peggio: vogliono sostituire lo Spirito Santo con lo spirito del mondo, con quello della carne e anche con quello dello spirito maligno.

Dopo il Concilio ci si aspettava una nuova pentecoste e invece è arrivata una crisi della fede senza precedenti, nonostante vi siano stati anche frutti spirituali notevoli che hanno fatto un po’ da argine all’ideologia sessantottina e al modernismo che non aveva mai smesso di agire sottotraccia nella Chiesa.

Ma, forse, Dio ha permesso questa deriva morale e di fede anche perché, mentre il Concilio, responsabilizzando l’uomo, richiedeva una forte apertura mentale e soprattutto una forte chiamata alla santità personale, una santità vera, che comporta rinnegamento di sé stessi, i cattolici non hanno risposto come Dio si aspettava. E gli scandali non denunciati e combattuti hanno radicato molte persone sempre più in un’ideologia anticattolica che a volte può apparire come invincibile.

Spesso alla grazia del Concilio l’uomo ha risposto col peccato.

C’è così da distinguere tra i principi del Concilio Vaticano II e la sua interpretazione anche pratica. I principi si basano sulla dottrina irreformabile della Chiesa, e perciò sono sicuri, mentre certe interpretazioni, a volte, possono essere state arbitrarie.

 

Porgere l’altra guancia (Gloria TV 22 agosto 2025)

Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro”, dice Gesù.

Dobbiamo perciò imitare Dio.

Ma come farlo, visto che Egli è Dio e noi siamo solo delle creature?

Innanzi tutto consideriamo lo stile con cui opera Dio.

Dio, dice Gesù, fa sorgere il sole sui giusti e sugli ingiusti. Per cui noi dobbiamo fare del bene a tutti e amare tutti. Anche i nemici. Anche i politici che ci sono antipatici, tanto che a volte si può correre il rischio di giudicarli anche nelle loro intenzioni più profonde.

Dobbiamo perciò amare con lo stesso tipo di amore con cui Gesù ci ha amato: un amore soprannaturale e universale. Dobbiamo amare non con il nostro amore, ma con quello di Dio.

Il nostro amore serve a dare delle coordinate spazio-temporali all’amore di Dio, rendendolo concreto.

Occorre perciò che l’amore umano sia compatibile con l’amore divino, perché l’amore di Dio non fa presa sulla cattiveria umana. Di conseguenza, la nostra parte è quella di sforzarci, con l’aiuto della grazia, di essere buoni verso tutti.

Il resto lo fa Dio, infallibilmente, perché la grazia è attratta dalla vera bontà come la limatura di ferro è attratta dalla calamita.

La nostra parte è quella di mettere la volontà nell’amare i nemici e, di conseguenza, nel perdonare.

Non basta non fare il male, non basta interrompere “solo” la spirale della violenza e del male, ma contestualmente occorre farlo facendo del bene — del resto, fare il bene è l’unico autentico modo per non fare il male.

Il perdono non consiste nel dimenticare il male subito, nel senso di dimenticare il nemico o far finta di niente, ma consiste nell’amare il nemico, nel volergli bene. Non tanto attraverso un sentimento, che comunque col tempo può arrivare, ma con la volontà, attraverso una decisione per il bene.

Senza la volontà il bene non è il “mio” bene, così come senza la verità il “mio” bene non è il bene di Dio.

Gesù ha detto: “Se qualcuno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra.

Non ha mai detto: se ti colpiscono, tu incassa e sta zitto.

Tu devi reagire! Devi colpire a tua volta chi ti ha colpito con una guanciata sulla mano!

Naturalmente sto estremizzando quello che è un paradosso di Gesù, che, quando fu colpito dal servo del Sommo Sacerdote, non porse l’altra guancia ma gli chiese ragione dello schiaffo subito.

Ma a livello spirituale le parole di Gesù non sono affatto un paradosso, ma sono esattamente la verità.

 

La medicina di Santa Ildegarda (Gloria TV 31 agosto 2025)

Santa Ildegarda è soprattutto famosa come autrice di opere di medicina naturale, ma non è stata proclamata Dottore della Chiesa per questo, bensì per le sue opere teologiche e spirituali.

Riguardo alla sua opera medica, è senz’altro interessante, ma spesso non è capita, tanto che molti la fanno passare per un’antesignana della moderna medicina olistica.

Ma la medicina di santa Ildegarda, per quanto ispirata dalle sue visioni, va contestualizzata con le conoscenze del suo tempo, un po’ come certe rivelazioni avute da mistici medievali, in cui si descrive una cosmologia secondo i criteri della loro epoca.

In genere, infatti, le ispirazioni divine si adattano alla mentalità e alle conoscenze degli uomini e di chi le riceve, e non viceversa.

Anche come musicista santa Ildegarda è stata ispirata dal Cielo, ma, qualunque sia stato il suo grado di ispirazione, la sua musica non si discosta dagli stili musicali del suo tempo.

Un po’ come le ispirazioni avute da Maria Valtorta (di cui non intendo qui valutarne l’autenticità e il grado), che riportano vari errori storici e geografici accertati, come il fatto che Gesù avesse capelli biondi con riflessi ramati, cosa smentita dagli studi sulla Sacra Sindone, che indicano con certezza che Gesù aveva i capelli scuri.

Per cui l’opera medica ildegardiana, al di là del suo valore scientifico in senso moderno, va riscoperta, perché il corpo umano non risponde solo alle medicine, ma anche al benessere psicologico e soprattutto alla grazia.

È perciò da riscoprire più nel significato che nei rimedi che consiglia, i quali pure spesso sono validi.

In realtà, i suoi metodi curativi sono in gran parte conformi alle conoscenze del suo tempo, ma ciò che li caratterizza, oltre a qualche variante non fondamentale, è il combinarli con i principi spirituali e morali del cristianesimo.

Nessuna pseudo-energia tantrica o cose del genere, che sono molto pericolose, ma solo fede.

Santa Ildegarda, da buona figlia del Medioevo, univa la ragione alla fede, la natura alla grazia, il corpo allo spirito. È dall’Illuminismo in poi che in Occidente si opera una separazione tra l’anima e il corpo.

Per la Chiesa il corpo è inseparabile dall’anima, tanto che insegna che risorgerà, e lo rispetta anche quando è sopraggiunta la morte biologica.

Infatti la Chiesa, che pure aveva adoperato la filosofia greca per elaborare la sua teologia, riguardo alla separazione tra anima e corpo non segue i filosofi greci.

Così, nelle sue opere mediche, sebbene originate da rivelazioni, santa Ildegarda cerca una logica interna nel corpo umano e nella natura. Tenta una sistematizzazione basata sulla teologia e sulla filosofia.

Ma ciò che più lascia perplessi della medicina di Ildegarda riguarda l’uso delle gemme come se avessero proprietà particolari, come ametiste, zaffiri, smeraldi, rubini. Lei, infatti, interpreta le sue visioni in questo modo, ma la sua mentalità, anche in questo caso, è razionale: non vede il potere delle gemme come un’energia così come è intesa nei movimenti New Age, come qualcosa di magico o di spirituale, ma come una sorta di “principi attivi” che Dio ha infuso nelle gemme, così come nelle erbe, nelle piante, ecc., e che fanno riferimento a Dio stesso, il Totalmente Altro, che è più intimo a noi di noi stessi.

Non fa riferimento allo spirito del creato, a un divino naturale che sarebbe presente in ogni cosa, ma si riferisce al divino soprannaturale, così come è di origine soprannaturale la natura umana di Cristo. Tanto è vero che, senza la preghiera e la fede, le gemme non funzionano e si riducono solo a materia, un po’ come le reliquie.

Oggi sappiamo che le gemme non contengono principi attivi medicamentosi come le piante e che, sebbene provochino diletto per la loro bellezza, scientificamente non sono molto diverse dai sassi. Ma il simbolo dato loro da Ildegarda è valido, in quanto ogni gemma rappresenta delle virtù.

Di fatto, perciò, ciò che ci insegna santa Ildegarda è che la natura è stata creata per l’uomo, che l’uomo è al centro della natura e che Dio è al di sopra di tutto.

L’uomo può adoperare la natura anche per curarsi, ma ciò che conta è la volontà di Dio, che può voler guarire in modo naturale o in modo miracoloso.

Interpretare con la mentalità attuale certe pratiche medievali è fuorviante, perché nei secoli scorsi l’ambiente ecclesiale era, al tempo stesso, molto aperto alle realtà spirituali e molto razionale.

Era aperto al mistero proprio perché razionale, e usava la ragione proprio perché il mistero divino è razionale, nel senso che non si contraddice mai.

Oggi, invece, si è perso questo equilibrio anche in ambiente ecclesiale, tanto che spesso si cade nel razionalismo e, di conseguenza, anche nel fideismo.

Lo si nota proprio con le medicine alternative, in molte delle quali agisce il demonio: nella maggior parte dei casi non vengono prese minimamente in considerazione, mentre in altri casi si fa di tutte le erbe un fascio, come certi protestanti che vedono il demonio ovunque.

È chiaro che nel dubbio occorre la prudenza, ma ciò non significa rinunciare al discernimento.

Occorre riscoprire l’equilibrio del mondo ecclesiale dei secoli passati.

Come quello dei missionari, soprattutto gesuiti, del XVI secolo in Oriente, che, pur combattendo le pratiche idolatriche e le credenze che volevano spiegare magicamente ogni cosa, seppero discernere ciò che di orientale poteva essere purificato e spiegato con criteri razionali e ciò che andava rifiutato.

Così si accorsero che discipline come lo yoga non potevano essere accettate sotto nessuna forma, mentre certe tecniche di combattimento potevano essere depurate dagli errori e dalle superstizioni e accettate.

O come l’agopuntura, che, epurata dai significati religiosi pagani di cui era intrisa, purificata e demitizzata come cura adatta a ogni male, poteva davvero essere efficace se limitata ad alcune patologie, tanto che furono proprio i gesuiti a introdurla in Europa.

Il problema è che oggi, anche in Occidente, l’agopuntura viene spesso usata in contesti equivoci e non scientifici, che favoriscono l’esoterismo, un po’ come avviene in certi ambiti in cui l’applicazione farmacologica delle piante somiglia più alle pozioni delle fattucchiere che all’erboristeria scientifica.

Il demonio tenta di inquinare tutto, e questi tempi, così chiusi alla fede e perciò chiusi anche alla ragione, gli sono favorevoli. Ma è comunque Dio a tenere in mano le redini della storia.

 

Il debito r la grazia (Gloria TV 26 settembre 2025)

Quando una peccatrice, entrando nella casa di un fariseo dove Gesù era stato invitato, piangendo unse e baciò i piedi del Signore, il fariseo si scandalizzò. Allora Gesù gli disse: “Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro, dunque, lo amerà di più?”. Il fariseo rispose: “Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». E Gesù gli disse: «Hai giudicato bene”.

Senza questa premessa non si possono capire le parole seguenti che il Signore rivolse al fariseo: “I suoi molti peccati sono perdonati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco” (Lc 7,47).

Queste ultime parole di Gesù, infatti, lette fuori dal contesto, sembrano quasi affermare che occorra necessariamente peccare molto per poter amare molto. Ma se sostituiamo al termine “peccato” quello di “debito”, le cose ci appaiono più chiare, perché il termine debito ha un significato più ampio di peccato.

Cioè: il peccato è senz’altro un debito, ma anche la grazia, in un certo senso, lo è. Infatti è un dono che non potremo mai ripagare, proprio come il perdono dei peccati, che, infatti, è una grazia.

In quest’ottica la Madonna, che non ha mai peccato, è quella che più di tutti è debitrice verso Dio.

Ed è quella che più di tutti Lo ringrazia, Lo loda, Lo glorifica e Lo ama.

E se Lo ama così tanto è proprio perché non ha mai peccato.

Per cui il peccato non è necessario per amare il Signore, ma, poiché noi siamo peccatori, spesso Dio lo permette perché possiamo chiedere con tutto il cuore la grazia della salvezza e ringraziarlo.

 

Giustizia e misericordia (Gloria TV 23 ottobre 2025)

Come ognuno si considera un esperto di calcio capace di esprimere autorevoli sentenze, così ognuno ha la sua idea sulla giustizia e su come applicarla.

Ma che cosa è giusto? E che cosa è ingiusto? In questo caso le opinioni non contano niente, perché ciò che è giusto non dipende dall’uomo, ma da Dio. Per questo un’idea di giustizia che non corrisponde all’ordine stabilito da Dio sconfina nell’ideologia, che è una caricatura della religione.

Per l’apostolo Paolo l’ingiustizia è sinonimo di peccato. Scrive infatti: “Non offrite al peccato le vostre membra come strumenti di ingiustizia, ma offrite voi stessi a Dio come viventi, ritornati dai morti, e le vostre membra a Dio come strumenti di giustizia!” (Rm 6,13-14).

È perciò il peccato l’ingiustizia che l’uomo opera attraverso le sue membra, mentre l’ordine divino è la fonte della giustizia di Dio, che si realizza nell’uomo attraverso l’offerta di sé stesso.

Ma tornare all’ordine voluto da Dio, cioè essere come viventi, ritornati dai morti, non è solo giustizia, ma è anche misericordia, perché non è un nostro diritto, ma un dono che dobbiamo accettare.

Perciò la giustizia, che corrisponde alla verità dell’ordine divino, è la condizione in cui opera la misericordia.

E questo è evidente: la misericordia non può commettere ingiustizie, non può andare contro la verità dell’ordine divino, che invece vuole ristabilire.

La misericordia è certamente offerta prima di tutto agli ingiusti, ai falsi, agli ipocriti, agli impuri…, ma non si realizza nell’ingiustizia, nella falsità, nell’ipocrisia, nell’impurità.

È offerta certamente agli increduli, che, secondo l’apostolo Giovanni, accusano Dio di essere falso perché non ammettono i propri peccati e il proprio bisogno di salvezza, ma per loro la misericordia si realizza nel riconoscersi peccatori, cioè ingiusti, falsi, ipocriti, impuri, ecc.

Scrive ancora san Paolo: “Come infatti avete messo le vostre membra a servizio dell’impurità e dell’iniquità, per l’iniquità, così ora mettete le vostre membra a servizio della giustizia, per la santificazione” (Rm 6,19).

Perciò chi vuole operare la giustizia si deve santificare.

Per questo la Madonna, a Fatima, ha detto che, se si vuole la pace, occorre convertirsi.

Per questo non credo che le marce e le manifestazioni producano pace, a meno che si preghi, non si odi, ma invece ci si appelli all’amore. Cosa che non avviene mai, se non nelle processioni.

Di fatto, durante le manifestazioni, anche quando le motivazioni sono giuste, si insulta e si odia, evidenziando le ideologie piuttosto che l’idea di giustizia. E le ideologie sono sempre ingiuste.

I manifestanti spesso assomigliano alla mosca cocchiera della favola di Esopo che, posata sul carro del Sole che percorre il cielo, pensa di essere lei a guidarlo.

Per questo vale più la recita di un rosario per la pace che partecipare a trenta chilometri di marcia gridando slogan.

 

Il perdono di Dio è più della cancellazione dei peccati (Gloria TV 31 ottobre 2025)

Riporta il Vangelo di Marco: “Si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati” (Mc 1,4).

Si tratta di un battesimo che sancisce un cambiamento di vita, ma che non comporta ancora il perdono, perché non si è ancora manifestata la grazia. È un impegno umano al cambiamento, in preparazione della manifestazione del Messia, ma il peccato rimane.

A portare la grazia è Gesù, che, al contrario della folla, si farà battezzare non per lasciare i peccati, ma per prenderli su di sé.

La grazia di Gesù ha un duplice effetto: perdona e santifica in un unico movimento. Con Gesù, perciò, il perdono è sinonimo di salvezza e santificazione, perché Gesù non cancella solo il peccato, ma dona il merito.

La grazia è più dell’abbuono dei peccati.

Lo dimostra la Madonna, che, pur non avendo mai peccato, ha un debito di riconoscenza verso Dio superiore a quello di tutti i peccatori messi assieme.

I farisei non andavano volentieri dal Battista, e, se vi andavano, probabilmente trovavano difficoltà nel confessare i loro peccati, perché, per sentirsi a posto, avevano sostituito il rapporto personale con Dio con 613 precetti che la legge di Mosè non prevedeva e che Gesù chiama “tradizioni di uomini”.

Tali precetti erano un modo per sentirsi osservanti della Legge mosaica anche senza esserlo o volerlo, cioè per addomesticare la Legge, il Decalogo e la giustizia verso Dio e il prossimo che predicavano i profeti.

Ma ciò che conta è il cuore, anche nel confessarsi peccatori: si può infatti reagire a un proprio errore come un calciatore che sbaglia un rigore e si mette le mani sui capelli, cioè con dei sensi di colpa, oppure come chi ha ferito una persona che ama profondamente, cioè con il dolore del cuore.

Nel primo caso si evidenzia il proprio fallimento, che spinge ad allontanarsi da Dio; nel secondo caso il dolore spinge ad abbracciare chi si è ferito e a chiedere perdono.

Così occorre fare con Dio, che ci ha amato donandoci una salvezza che non ci spettava, per pura misericordia.

Cosicché la mancanza totale di riconoscenza è forse uno dei peccati peggiori.

 

Misericordia di Dio e misericordismo

Il misericordismo viene spacciato, come la droga, da falsi amici. Da personaggi spesso dai modi bonari e attraenti, ma che sono come il gatto e la volpe nel libro di Pinocchio.

Dice Gesù a Santa Faustina Kowalska: “I più grandi peccatori pongano la loro speranza nella mia Misericordia. Essi prima degli altri hanno diritto alla fiducia nell’abisso della mia Misericordia.”.

I più grandi peccatori devono perciò sperare di abbandonare il peccato e vivere in comunione con Dio.

Continua Gesù: “Mi procurano una grande gioia le anime che si appellano alla mia misericordia. A queste anime concedo grazie più di quante ne chiedono”.

Questo è rivolto a tutti, perché tutti hanno bisogno della misericordia divina per salvarsi. Infatti la salvezza prende la forma della misericordia.

Dice ancora Gesù: “Anche se qualcuno è stato il più grande peccatore, non lo posso punire se si appella alla mia pietà, ma lo giustifico nella mia insondabile e impenetrabile Misericordia.

Scrivi: prima che io venga come giudice giusto, spalanco la porta della mia Misericordia. Chi non vuole passare attraverso la porta della Misericordia deve passare attraverso la porta della mia giustizia” (Diario, n. 1146).

La vera Misericordia divina, perciò, propone il perdono, non un condono, inteso come quello che può fare lo Stato riguardo a delle costruzioni abusive.

Il condono dello Stato, infatti, attraverso un pagamento in denaro, riconosce la costruzione che da abusiva diventa legale. Il perdono, invece, è come se, gratuitamente, lo Stato demolisse la costruzione abusiva, bonificando l’ambiente e migliorandolo, potando gli alberi e lavorando il terreno.

Perdono e non condono: questo è il primo modo per riconoscere la misericordia dal misericordismo, la salvezza che viene da Dio dalla falsa salvezza che viene dall’uomo.

Il perdono non normalizza il peccato, ma lo distrugge e, nello stesso tempo, santifica.

Il secondo modo per distinguere la vera misericordia dal misericordismo consiste nel distinguere tra peccato e peccatore: il peccato va odiato e il peccatore va amato.

Sebbene questo concetto sia sempre stato presente nella Chiesa, spesso non se ne è tenuto e non se ne tiene conto. Così, mentre nei secoli scorsi si tendeva a confondere il peccatore col peccato, cioè a condannare il peccatore insieme al peccato, oggi si tende a confonderli in modo opposto, cosicché, con la scusa che il peccatore va sempre amato, si rischia di amare anche il peccato.

Oggi, cioè, si è spesso tentati di dare consistenza al peccato attraverso il corpo umano, quasi che non fosse alieno alla natura umana e fosse dotato di dignità.

Sto parlando innanzi tutto dei peccati contro il VI comandamento, a cominciare dai più turpi.

Al peccatore non si dice più: non temere se sei caduto, perché, se con un atto d’amore chiedi subito perdono a Dio (col proposito di non peccare più, altrimenti non c’è amore), Dio non permetterà che tu vada all’inferno. Ma si vuole che il peccatore si senta a posto e che il suo peccato diventi un vizio.

Il terzo modo per discriminare tra misericordia e misericordismo è quello dell’amore e del dolore.

Se Dio è amore, la misericordia è l’amore che opera, è l’opera di Dio.

E quando Dio opera non è solo giusto, cioè non dà solo quello che spetta secondo ciò che la natura richiede, ma vi aggiunge sempre qualcosa di più, in modo gratuito. Fa sempre una sorpresa che va oltre ogni aspettativa naturale. Il perdono divino, perciò, non è solo giustizia, ma è grazia.

La parola grazia ha la stessa origine di gratis e di grazie.

Il perdono, perciò, è un regalo, come la grazia santificante. E come tale richiede la gratitudine, tanto più che, come dice San Paolo, Dio ha dato suo Figlio per noi quando eravamo ancora suoi nemici.

Dobbiamo perciò essere grati, ma non di una gratitudine formale, come impone il galateo, bensì del cuore: una gratitudine dovuta all’amore.

Prendiamo, ad esempio, il peccato di non rispettare un digiuno comandato dalla Chiesa: il misericordista sta male con sé stesso perché non è stato bravo, come quando qualcuno interrompe una dieta e si riempie di sensi di colpa. Ma il digiuno cristiano non è una dieta; perciò, per non avere sensi di colpa, si dice che il digiuno non è importante.

Ad essere “fariseo”, perciò, non è tanto chi cerca di seguire i precetti della Chiesa; semmai lo è chi non fa caso ai precetti.

Chi invece si affida alla divina misericordia, se interrompe il digiuno, prova dolore per non aver amato Dio e per averlo offeso, cioè ferito. Un dolore simile a quando, per mettere in mostra sé stessi, si ferisce una persona vulnerabile che si è sempre dimostrata amica. Questo dolore, più che dare disperazione, fa sperare che quella persona possa perdonare e fa sì che, da quel momento, non si ricada più in quella meschinità.

Chiedere perdono e ottenerlo, a seconda dell’amore, ha un duplice effetto: essere più amici di prima, spesso anche più amici che se non si fosse offeso l’amico, e il proposito, per il futuro, di non ricaderci più.

La vera misericordia, perciò, allontana dal peccato, non lo rende normale.

 

Corredentrice vs Pachamama (Gloria TV 13 novembre 2025)

Nel documento Mater populi fidelis del Dicastero per la Dottrina della Fede sulla devozione mariana e su alcuni titoli dati alla Madonna, viene riconosciuto che svariati santi e papi hanno chiamato la Vergine Maria “corredentrice”. Papa Giovanni Paolo II l’ha definita corredentrice per “almeno sette volte”.

Che forse il Papa credeva che ci ha salvati la Madonna? No, di certo!

Perciò, dottrinalmente, il documento della Santa Sede riconosce i motivi per cui Maria, da molti secoli, è stata chiamata “corredentrice”: il suo sì ha permesso la salvezza.

Ella non ci ha salvato, ma senza il suo sì nessuno si sarebbe salvato: né ingiusti, né giusti.

Dio non aveva un piano B. Per questo Maria fu detta corredentrice.

Mentre il nostro sì salva solo noi stessi e, anche se coopera alla salvezza degli altri, questi possono dare il loro sì anche se noi diciamo no, il sì di Maria è stato indispensabile per tutti.

È un sì subalterno a quello di Gesù, ma, come quello di Gesù, universale. Vale per tutti.

Del resto, se la Madonna, come dice la Chiesa, è nostra madre nell’ordine della grazia (e noi ci salviamo per grazia), e se è madre della Chiesa, di tutta la Chiesa, e se è Regina degli Apostoli e perciò anche del Papa, la sua collaborazione alla salvezza è sì subordinata a quella di Gesù, ma è estesa quanto la sua.

Di fatto, perciò, anche se Mater populi fidelis dice che è inappropriato chiamare ufficialmente la Vergine Maria corredentrice, nel senso in cui così la chiamava Papa Giovanni Paolo II, ella è corredentrice.

Quella della corredenzione è una mansione che non dipende certo da come noi la chiamiamo.

Chiamare ufficialmente Maria corredentrice, perciò, secondo il documento della Santa Sede non sarebbe inappropriato perché sbagliato, ma perché il termine potrebbe non essere compreso.

Ma questa valutazione non è teologica, ma sociologica, per cui non è da considerarsi come certamente ispirata dallo Spirito Santo. Del resto, quando mai i cattolici, anche i più piccoli, a causa del termine corredentrice, hanno adorato Maria come fosse una dea?

Invece, sono stati i dotti e i sapienti a piegare letteralmente le ginocchia davanti alla dea Pachamama come fosse una redentrice. E lo hanno fatto proprio in Vaticano!

E di questo scandalo verso i piccoli nella fede, questi dotti e sapienti non se ne sono preoccupati.

 

Immacolata e corredentrice (Gloria TV 8 dicembre 2025)

Per la salvezza di ogni persona occorrono tre SÌ. Tutti e tre necessari.

Il primo, quello fondamentale, è quello del Figlio, e perciò quello di Dio.

Il secondo è quello di Maria, creatura come noi ma Immacolata. Senza il suo sì Dio non si sarebbe incarnato.

Il terzo sì è il nostro: se non accettiamo la salvezza, non potremo salvarci.

In questo senso, ognuno è “corredentore” di sé stesso, Maria è corredentrice universale, e Gesù è il Redentore.

Premesso ciò, facciamo una lettura diversa del documento del Dicastero per la Dottrina della Fede Mater populi fidelis, anche alla luce della successiva spiegazione data dal Cardinal Fernandez.

Io non so quali fossero le intenzioni del Cardinale nel pubblicare questo documento, ma è un fatto che, per la prima volta, la voce ufficiale della Santa Sede ha detto che Maria è corredentrice, anche se, per motivi di opportunità e perciò non per questioni dottrinali, non la si può chiamare così nei documenti della Chiesa e nella liturgia.

Per il resto, il Cardinal Fernandez ha ufficialmente sdoganato il termine “corredentrice”. Se prima c’erano dei dubbi, ora non più: a parte i documenti ufficiali, tutti possono chiamare la Madonna “corredentrice”.

Non siamo certo ancora al dogma, ma è un bel passo avanti, anche perché, a causa del documento vaticano, si sta facendo una notevole riflessione teologica sul concetto della corredenzione.

Del resto, lo Spirito Santo può scrivere dritto anche sulle righe storte.

 

La misericordia che supera i conti (Gloria TV 7 gennaio 2026)

La misericordia di Dio non ci “torna” mai. Se tornasse secondo i nostri calcoli, non sarebbe di Dio, perché mancherebbe il “di più” che Egli vi aggiunge. La misericordia, infatti, nasce da un eccesso: l’eccesso dell’amore di Dio, che supera infinitamente le nostre misure.

Ciò non significa che la misericordia possa fare a meno della giustizia. Al contrario, la giustizia è una forma dell’amore, senza cui ci sarebbe arbitrio o sentimentalismo. La misericordia divina non distrugge la giustizia, ma la oltrepassa: sfugge alla giustizia commutativa non perché sia ingiusta, ma perché è più grande.

Alla nostra ragione, tuttavia, i conti non tornano. Non perché siano sbagliati, ma perché non siamo in grado di comprenderli pienamente. Eppure la ragione può arrivare a riconoscere che “è giusto così”, un po’ come accade con l’ipersfera, cioè una sfera a quattro dimensioni, che non è immaginabile come una palla, e che tuttavia è un concetto matematicamente concepibile, coerente e vero. La verità, anche quando ci supera, rimane riconoscibile alla ragione perché non è mai irrazionale.

Poiché la misericordia divina nasce dall’eccesso dell’amore di Dio, di cui siamo immagine, siamo chiamati a imitarlo.

La vera misericordia non elimina la responsabilità, ma la attraversa. Per questo la giustizia, anche quando è misericordiosa, non può ridursi a un atto puramente burocratico. In Dio questo è chiarissimo riguardo alle indulgenze, per mezzo delle quali Egli offre una remissione totale o uno “sconto” della pena, ma non come un gesto automatico, bensì legato alla grazia santificante. Di fatto, le opere richieste – confessione, comunione, pellegrinaggio, preghiera – non sono formalità, ma segni di un desiderio reale di cambiamento di vita e di santificazione. La grazia dell’indulgenza dona santità e, allo stesso tempo, la esige per essere efficace.

Da qui deriva una lezione anche per la giustizia civile, che non può limitarsi a emettere un provvedimento di grazia e poi disinteressarsi di come esso venga accolto e vissuto. Questo sarebbe buonismo, e dunque falsa misericordia. L’espiazione, infatti, non contraddice la giustizia: la compie. Può essere abbuonata solo attraverso un eccesso di amore, ma un eccesso che deve essere accettato. E ciò che viene accettato, nella misura in cui lo è, trasforma chi lo accoglie con amore.

Come la misericordia di Dio è un’azione divina che richiede una risposta concreta attraverso atti umani, così il condono di una pena carceraria, parziale o totale, è un’opera umana che richiede una risposta concreta corrispondente o, almeno, buone prospettive di riceverla.

La vera misericordia, divina e umana, non cancella il male fingendo che non esista, ma lo prende sul serio, lo supera con l’amore e chiede che questo amore diventi vita nuova. È per questo che, pur non tornandoci i conti, la misericordia di Dio resta la forma più alta e più vera della giustizia.

 

Annuncio del Vangelo

Dio attrae l’uomo attraverso due vie fondamentali: le ispirazioni interiori e la ragione. L’attrazione, però, non coincide ancora con la fede, ma la precede. È un primo movimento dell’anima, un richiamo che sollecita l’uomo dall’interno e dall’esterno, mentre la fede è un’illuminazione donata da Dio, alla quale l’uomo deve liberamente aderire. Senza adesione personale, l’attrazione non giunge al suo compimento.

In questo percorso ha un ruolo decisivo la natura umana, che è ordinata alla grazia. La grazia non si sovrappone violentemente alla natura, né la sostituisce, ma si innesta su di essa e la porta a pienezza. Proprio per questo, quando la natura viene pervertita o confusa, la grazia trova maggiori difficoltà a manifestarsi.

Un esempio evidente è rappresentato dall’ideologia gender, che altera i dati fondamentali della realtà umana e della corporeità. In tali condizioni, l’ispirazione divina trova meno appigli nell’anima e la stessa ragione umana rischia di essere deformata, perdendo la capacità di leggere rettamente il reale.

Quando la ragione è pervertita e la natura è disorientata, l’uomo fatica sia a riconoscere le vere ispirazioni di Dio, sia ad accogliere la luce della fede. Per questo, nel contesto culturale attuale, può emergere una rinnovata necessità di riscoprire i carismi e i miracoli. I miracoli, infatti, non producono automaticamente la conversione e non sostituiscono l’atto libero della fede. Tuttavia svolgono una funzione importante: predispongono la ragione a interrogarsi, a porsi domande fondamentali, a rimanere aperta.

Di fronte a fatti che non riesce a spiegare, la ragione è costretta a riconoscere i propri limiti e ad aprirsi alla possibilità del soprannaturale.

In questo senso, anche i non cristiani, se in qualche modo si affidano a Gesù e alla Chiesa, possono essere favoriti dai miracoli, che non sono un fine in sé stessi, né una conferma definitiva del cammino già compiuto, ma sono dati per orientare la ragione verso la vera fede in Cristo. Essi agiscono come segni che indicano una direzione e invitano l’uomo a fare un passo ulteriore: l’adesione piena alla verità rivelata.

La ragione, dal canto suo, rimane indispensabile per il discernimento. Essa aiuta ad ascoltare le ispirazioni autentiche di Dio e a distinguerle da quelle che nascono dal proprio io o da suggestioni ingannevoli. La ragione tiene conto dei fatti oggettivi, come i miracoli, che non possono essere spiegati adeguatamente con categorie puramente naturali. In questo modo diventa uno strumento di verifica e di equilibrio, evitando sia il razionalismo chiuso alla grazia sia un fideismo cieco e disincarnato.

 

 

 

Intelligenza artificiale e creatività umana (articolo sviluppato dall’autore, con il supporto dell’IA nella ricerca di dati e nella revisione editoriale)

Con l’avanzare dell’intelligenza artificiale siamo sempre più portati a chiederci se, prima o poi, le macchine diventeranno davvero creative e capaci di comprendere il mondo come noi.

In breve si può rispondere che l’IA può fare cose impressionanti, ma esiste una differenza profonda e non aggirabile rispetto all’esperienza umana. Infatti, non è solo una questione di potenza di calcolo o di quantità di dati: è una differenza nel tipo stesso di informazione con cui operano macchine e cervello umano.

L’intelligenza artificiale lavora sempre con informazione discreta: unità separate, numerabili, come simboli, numeri, token e stati distinti. Per cui, anche quando il risultato appare fluido e naturale, sotto c’è sempre una griglia fatta di passi separati.

L’esperienza umana invece è in gran parte continua e analogica: anche se gli strumenti fisici e di misurazione sono discreti, di per sé non procede a scatti, ma come un flusso. È fatta di sfumature, sovrapposizioni, contesti impliciti e significati non completamente delimitabili.

Questa differenza è la radice di un limite inevitabile e invalicabile.

 

1.     Pixel, fotogrammi e il trucco della continuità

 

Un’immagine digitale è composta da pixel, un film da fotogrammi. Sono elementi discreti, eppure noi vediamo linee morbide e movimenti continui. Ma non ci sono errori: semplicemente non vediamo tutto, ma ciò che vediamo è corretto. Il nostro cervello interpreta automaticamente gli intervalli mancanti perché conosce già come funziona il mondo fisico.

Con il linguaggio poetico e con i testi ricchi di significato profondo accade qualcosa di diverso, perché una parte fondamentale del senso non è scritta nelle parole, ma sta fuori dal testo: nella cultura condivisa, nella biografia di chi parla e di chi legge, nei silenzi, nelle ambiguità volute, quando una parola o un’espressione ha più significati.

Se quell’informazione esterna manca, l’interpretazione può non essere solo incompleta ma sbagliata.

L’intelligenza artificiale, non avendo esperienza vissuta, riempie questi vuoti in modo statistico.

Può cogliere una delle interpretazioni possibili, ma non sa quale sia quella decisiva per una persona concreta.

Un essere umano può accettare che il senso resti aperto, mentre una macchina deve sempre produrre una risposta, per questo esiste un errore potenziale che non può essere eliminato, cioè un limite strutturale.

Si può renderlo più consapevole, dichiarare l’incertezza, offrire più letture, ma quando il significato dipende da un non detto o da un’esperienza non formalizzabile, non esiste garanzia di “lettura giusta”. La poesia mostra che capire non è solo calcolare, ma anche abitare un vuoto.

 

2.     Generare non è creare

 

L’IA può produrre testi, immagini e idee sorprendenti, ma è creativa? Se per creatività intendiamo la nascita di qualcosa di originario a partire dall’esperienza vissuta, la risposta è no.

La macchina lavora sempre su dati già discretizzati: esempi, testi, immagini. Non ha accesso al flusso continuo della vita, ma solo a campioni. Può combinare ciò che esiste in modi nuovi, ma non creare dal “vuoto” dell’esperienza.

Ma anche gli esseri umani si comportano in modo discreto, in quanto pensano e parlano per simboli, ma la mente umana può capire il continuo per il semplice fatto che ne fa esperienza, perché la vita è continua anche se usa i simboli, mentre l’IA può solo simulare il continuo.

Ma non tutto si riduce a una questione di discreto contro continuo. Una differenza importante sta nel rapporto con il non sapere.

L’essere umano può tollerare l’indeterminazione, può scegliere di non rispondere, può perfino rispondere male di proposito. Può cambiare le regole del gioco e rifiutare il senso dominante. L’IA invece deve sempre riempire i vuoti e ottimizzare una risposta coerente.

Per questo è più corretto dire che l’IA è eccellente nella generatività, cioè nell’esplorare e combinare possibilità già date, mentre la creatività in senso forte consiste nel rompere uno spazio di senso e istituirne uno nuovo.

 

3.     Il peso del rischio

 

La creazione nasce spesso da una mancanza, da una frattura, da qualcosa che non si riesce a dire pienamente, per cui occorre inventare espressioni nuove, con regole diverse da quelle consuete, che non seguono nessun “algoritmo” consolidato. La poesia stessa è costruita attorno a un vuoto.

L’IA, al contrario, è progettata per ridurre l’errore e fare in modo che idee, parole e frasi, si leghino fra loro in modo coerente e fluido, senza salti improvvisi di senso.

Dove c’è un buco vede un problema da riempire, mentre l’essere umano può vedere un’origine.

La macchina non rischia nulla: non perde, non si compromette, non scommette, ma senza scommessa non c’è vero atto creativo. Può stupire, come un montaggio automatico ben riuscito, ma stupire non significa fondare un nuovo senso.

Per questo l’IA è uno strumento potentissimo come specchio combinatorio e amplificatore di possibilità latenti. Può aiutare gli esseri umani a creare e a scoprire connessioni inattese, ma ciò che determina un “prima e un dopo” è umano. Le forme possono essere nuove, il senso lo introduce un soggetto.

 

4.     Vita continua, macchina discreta

 

La vita è continua perché cambia mentre la osservi e non è mai completamente separabile in stati distinti.

Il discreto, invece, è una semplificazione necessaria: congela ciò che scorre e introduce confini dove in natura non ci sono. È perfetto per il calcolo e la tecnica, ma la vita non è una riproduzione, è una trasformazione costante.

Anche un’IA estremamente complessa e capace di auto-modificarsi resterebbe descrivibile come un insieme di stati. Il suo “continuo” è sempre simulato, numerico. Ma simulare il continuo non equivale a viverlo.

La vita inoltre è irreversibile in modo radicale: ogni scelta consuma possibilità e cambia il campo stesso delle scelte future. Un sistema artificiale invece può essere copiato, ripristinato, riportato indietro.

Coscienza, senso, creatività e rischio emergono dal fatto che il vivente è un processo aperto che non si chiude mai.

 

5.     Un limite di principio, non solo tecnico

 

Il punto non è soltanto tecnologico. Anche quando la matematica descrive il continuo, lo fa discretizzandolo. Il limite è più profondo.

Il cervello umano, “sede”, se così possiamo dire, delle capacità cognitive dell’uomo, è un sistema non lineare, ad altissima dimensionalità ed estremamente sensibile alle condizioni iniziali. Piccolissime variazioni chimiche o elettriche possono produrre esiti completamente diversi: una dinamica simile all’effetto farfalla.

Questa imprevedibilità è strutturale. Anche conoscendo quasi tutto, non si può prevedere tutto. L’IA invece funziona grazie a regolarità statistiche relativamente stabili.

In più il cervello è incarnato in un corpo e immerso in un ambiente pieno di fluttuazioni reali, cioè di disturbi casuali in gran parte del tutto imprevedibili e di variazioni inevitabili e imprevedibili di un sistema.

Il cervello umano, perciò, al contrario del “cervello” dell’IA, non è mai isolato né completamente determinabile, cosa che rompe qualsiasi modello predittivo totale.

 

6.     L’imprevedibilità decisiva: la libertà

 

C’è infine un livello che nessun modello discreto riesce davvero a catturare: la libertà. Una decisione umana può andare contro le probabilità, interrompere una tendenza, rifiutare una ragione valida.

Non è solo complessità o caso. È la possibilità di rompere la catena delle cause che per la maggioranza sono sufficienti. Per questo non è soltanto difficile prevedere una scelta umana, ma è concettualmente sbagliato pensare che sia del tutto prevedibile.

La coscienza introduce un punto di vista, un “per me” che conta. L’IA può simulare una scelta, ma non decide in prima persona: produce un output perché è progettata per farlo.

Può prevedere comportamenti medi, imitare stili decisionali e ottimizzare scelte. Ma non può sorprendere sé stessa, tradire le proprie premesse, scegliere contro ciò che “dovrebbe” fare.

Questo non è un limite temporaneo della tecnologia, ma il segno che non è viva.

L’IA opera dentro uno spazio di possibilità già definito e discretizzato. La creatività umana nasce invece da un processo continuo, aperto, incarnato e rischioso. Le macchine possono moltiplicare le forme, ma solo un soggetto può dare loro un senso.

 

 

 

Non esistono altri generi oltre XX e XY (articolo sviluppato dall’autore, con il supporto dell’IA nella ricerca di dati e nella revisione editoriale)

Uno dei grandi equivoci contemporanei - amplificato dall’ideologia gender - è l’idea che i caratteri biologici fondamentali possano essere ridefiniti a livello culturale, quasi fossero un dettaglio secondario.

La genetica, però, racconta una storia molto diversa.

 

1.     Non esiste nessun gene che possa determinare un comportamento

 

Dal punto di vista scientifico, non esiste alcun carattere umano complesso che dipenda da un solo gene.
Non esiste un gene della delinquenza, un gene della bontà, un gene della violenza, dell’empatia, ecc.

Tutti questi aspetti si manifestano come interazioni tra reti complesse di geni, con educazione, contesto sociale, storia individuale, ecc.

Quando, ad esempio, si parla di “gene del tradimento”, si sta facendo retorica, non scienza.

Ma se il DNA non determina i comportamenti, a livello biologico determina chi siamo.

Di conseguenza, la nostra identità biologica è ordinata a sviluppare comportamenti corrispondenti al suo sviluppo e alla sua affermazione.

Quindi, sebbene i nostri comportamenti non sono determinati dal DNA, nello stesso tempo, non siamo biologicamente indeterminati, come se il corpo fosse una piattaforma neutra su cui la volontà o la cultura possono riscrivere tutto. Per cui il comportarsi in modo contraddittorio all’affermazione del sé biologico non può che avvenire per motivi che confliggono con la natura della propria identità.

I motivi possono essere molti e complessi, possono essere in gran parte misteriosi, ma dal punto di vista di una sana analisi psicologica, sono comportamenti anomali.

 

2.     L’eccezione del gene che, da solo, determina il sesso biologico

 

Se i comportamenti non sono determinati geneticamente, e tanto meno lo sono da un solo gene, i caratteri fisici sono invece determinati geneticamente, ma non in modo assoluto. Cioè, ogni carattere fisico basico, come il colore degli occhi, e quel preciso colore, è dato dall’interazione di più geni.

Tranne il sesso biologico.

Nell’essere umano esiste un solo gene che determina un carattere in modo assoluto: il gene SRY, sul cromosoma Y.

Se il gene SRY è presente, siamo di fronte a un maschio, se è assente, siamo di fronte a una femmina. Questo dato non è una probabilità, non è una costruzione sociale, non è una media statistica, ma è un meccanismo causale diretto, binario e biologicamente vincolante (è vero che il cromosoma Y contiene anche altri geni tipicamente maschili, ma questi sono finalizzati, se così si può dire, alla realizzazione del gene SRY).

Ed è proprio questo dato che rende evidente il paradosso dell’ideologia gender: si nega l’unico caso in cui la biologia è davvero determinante, mentre a volte si pretende di biologizzare ciò che biologico non è, come i comportamenti.

Ci sono però singoli geni che causano malattie, ma questo avviene un gene non funziona come dovrebbe.
Sono il risultato di: mutazioni, perdita di funzione, errori di replicazione: se quei geni funzionassero correttamente, la malattia non esisterebbe.
Le malattie in questione non sono caratteri normali determinati da un gene, ma “guasti” biologici, che non affermano la propria identità.

Il sesso biologico è struttura naturale, la malattia monogenetica è un errore.

 

3.     L’ideologia LGBT è antiscientifica

 

La biologia lascia enorme spazio alla variabilità umana, tranne proprio nel punto che oggi l’ideologia LGBT vorrebbe relativizzare di più, quello della determinazione del genere sessuale, che è un dato oggettivo, e perciò al di fuori di ogni ideologia.

La genetica non sostiene né preconcetti, né ideologie. Dice semplicemente questo: l’essere umano è complesso, i comportamenti non sono geneticamente predeterminati, ma il sesso biologico sì, ed è geneticamente fondato.

Negare questo non è progresso scientifico. È sostituire la realtà con una narrazione.

 

4.     Il maschile e il femminile

 

Per capire le differenze biologiche tra maschi e femmine bisogna partire da alcune premesse fondamentali sui cromosomi sessuali.

1.     Il cromosoma X è molto più grande del cromosoma Y e contiene molti più geni.

2.     Gli uomini hanno un cromosoma X e un cromosoma Y (XY).

3.     Le donne hanno due cromosomi X (XX) e non possiedono il cromosoma Y.

4.     I geni presenti sul cromosoma Y sono gli unici geni che, per definizione, le donne non possono avere.

5.     Tutti gli altri geni del genoma umano (quelli sui 21 cromosomi non sessuali e quelli del cromosoma X) possono trovarsi indistintamente sia tra gli uomini che tra le donne.

Quindi, a parte i geni del cromosoma Y, esclusivamente maschili, non esistono geni esclusivamente femminili o maschili.

Se le donne usassero i geni di entrambi i cromosomi X, rispetto agli uomini produrrebbero il doppio dei prodotti genici legati a tale cromosoma. Per evitare questo squilibrio esiste un meccanismo chiamato X-inattivazione, che fa sì che in ogni cellula femminile uno dei due cromosomi X viene (quasi del tutto) “spento”.
Risultato pratico: ogni cellula femminile usa un solo X attivo e ogni cellula maschile usa il suo unico X.

Quindi, uomini e donne hanno una quantità di attività molto simile tra i geni di X.

Molto simile, ma non del tutto, perché l’inattivazione dei geni nei soggetti femminili non è totale, in quanto una piccola percentuale di geni del secondo X “sfugge” allo spegnimento e rimane attiva. Questo significa che per alcuni geni specifici le donne possono avere un livello di espressione leggermente maggiore.

Il cromosoma Y, invece, è piccolo e contiene pochi geni, ma quei geni non esistono né possono esistere nelle donne, mentre negli uomini sono tutti attivi e non c’è nulla che li inattivi.

Se nessun gene del secondo X femminile sfuggisse all’inattivazione, allora le donne avrebbero attivi solo i geni di un cromosoma X, per cui gli uomini avrebbero più geni attivi delle donne, in quanto, oltre a quelli del loro cromosoma X, avrebbero attivi anche i geni del cromosoma Y.

 Nella realtà però la situazione è intermedia: alcune funzioni sono leggermente “in più” nelle donne (geni dell’X che sfuggono all’inattivazione), altre sono presenti solo negli uomini (geni del Y).

 

Ma, per quanto riguarda il comportamento complesso e le caratteristiche psicologiche, molto dipende anche da quali geni vengono attivati o silenziati, quanto fortemente vengono espressi, come interagiscono con gli ormoni (testosterone, estrogeni), come interagiscono con ambiente ed esperienza…

Esistono perciò reti di geni comuni a entrambi i sessi che vengono regolate in modo parzialmente diverso. E ciò è dovuto proprio all’effetto della differenza sessuale e dei geni che ne sono coinvolti.

E questa differenza si riscontra su tutto: è un carattere che influisce tendenzialmente su ogni cosa.

Alcuni geni dell’X e del Y sono attivi anche nel cervello e influenzano lo sviluppo dei circuiti neuronali.

Questo può contribuire a piccole differenze medie osservate in alcune abilità: un leggero vantaggio maschile in compiti spaziali e visuo-motori, un leggero vantaggio femminile in abilità verbali.

Ma questi effetti sono solo delle tendenze generali, sono modulazioni, non determinazioni rigide.
L’influenza di cultura, educazione, esperienza e ambiente è molto più grand

 

5.     In sintesi

 

·       Il cromosoma X ha molti più geni del cromosoma Y.

·       Gli uomini hanno geni del Y che le donne non hanno.

·       Le donne hanno due X ma ne usano uno solo per cellula.

·       Non tutti i geni del secondo X sono spenti: alcuni restano attivi.

·       A parte i geni del Y, uomini e donne condividono gli stessi geni di base.

·       Le differenze derivano soprattutto da regolazione ed espressione, in cui X e Y sono determinanti, non da un set di geni completamente diverso.

·       I cromosomi sessuali possono modulare alcune tendenze cognitive, ma non rendono un sesso “superiore” all’altro.

Più che avere geni diversi, uomini e donne usano in modo leggermente diverso, e in parte complementare, quasi gli stessi geni.

 

6.     Esistono solo due tipi di cervello: quello maschile e quello femminile

 

Se gli omosessuali fossero previsti dalla natura come un’entità “completa”, come un qualcosa che la natura prevede o richiede, allora, a livello di struttura e di funzionamento cerebrale, si dovrebbero manifestare diversità originarie rispetto a quelle del genere biologico di appartenenza.

Di conseguenza, negli ultimi anni, molte ricerche hanno cercato di dimostrare che il cervello delle persone omosessuali ha molte somiglianze con quello degli eterosessuali di sesso opposto, ma studi non pregiudiziali mostrano chiaramente che il cervello degli uomini omosessuali è, nella sua struttura di base e nel modo di funzionare, simile a quello degli uomini eterosessuali. Allo stesso modo, il cervello delle lesbiche è sostanzialmente simile a quello delle donne eterosessuali.

Eventuali piccole differenze non significano che esiste un cervello “speciale” per omosessuali di tipo Y e di tipo X, ma piuttosto che tali differenze sono dovute a connessioni tra neuroni che si sono sviluppate a causa dell’esperienza personale, determinata anche dalle abitudini e preferenze sessuali, ma che non cambiano la struttura essenziale del cervello. ([1], [2], [3])

Studi di neuroimaging, cioè osservazioni del cervello tramite risonanza magnetica, hanno confrontato cervelli di uomini e donne con orientamenti sessuali diversi. Tutti gli studi mostrano che le caratteristiche essenziali del cervello seguono il sesso biologico, non l’orientamento sessuale.

Di conseguenza, il cervello degli uomini omosessuali è essenzialmente quello di un uomo, mentre il cervello delle lesbiche è essenzialmente quello di una donna.

Di fatto, negli uomini, indipendentemente dall’orientamento sessuale, i geni presenti sul cromosoma Y influiscono sul cervello e sul modo in cui funziona determinando, ad esempio, la struttura di certe regioni e la connettività tra aree cerebrali. ([4])

 

7.     Bibliografia

 

1.     Joel, D., Berman, Z., Tavor, I., Wexler, N., Gaber, O., Stein, Y., ... & Assaf, Y. (2015). Sex beyond the genitalia: The human brain mosaic. Proceedings of the National Academy of Sciences, 112(50), 15468–15473. https://doi.org/10.1073/pnas.1509654112

2.     Ponseti, J., Granert, O., Mock, M., & Jansen, O. (2007). Sexual orientation and the brain: The lack of robust differences between heterosexual and homosexual men. Frontiers in Human Neuroscience, 1, 8. https://doi.org/10.3389/neuro.09.008.2007

3.     LeVay, S. (1991). A difference in hypothalamic structure between heterosexual and homosexual men. Science, 253(5023), 1034–1037. https://doi.org/10.1126/science.1887219

4.     Arnold, A. P., & Chen, X. (2009). What does the “male” brain really mean? Effects of sex chromosomes on brain structure and function. Journal of Neuroendocrinology, 21(4), 377–381. https://doi.org/10.1111/j.1365-2826.2009.01844.x

 

 

 

 

Mistero (catechesi tratta da appunti personali; l’IA è stata impiegata unicamente per supporto alla sistemazione formale e l’ordinamento del contenuto)

Il Mistero, infinito e inaccessibile, è comunque razionale, perciò possiamo in qualche modo relazionarci ad esso. Se fosse irrazionale non potremmo farlo perché, semplicemente, non avrebbe significato: ogni significato non può che essere razionale.

Ma la comunione col Mistero, e perciò l'esperienza integrale di esso, nasce dall'amore, che è fonte di vita. In tal senso la conoscenza, cioè l'intimità con il Mistero, è una comunione di vita, è uno stato in atto, cioè, se così si può dire, è un atto ed uno stato nello stesso tempo, per quanto possibile in questa vita. È come una caparra del Cielo ma non ancora compiuta e realizzata.

Questo trattato vuole esplorare proprio questa tensione: come mai conoscenza e amore, intelletto e cuore, sembrano a volte in conflitto e a volte in perfetta armonia? E quale strada possiamo percorrere per riscoprire la loro unità originaria?

 

1: "In principio era l'unità"

 

In Dio: il cuore della ragione, è il cuore, e la ragione del cuore, è il cuore. Tutto è cuore, cioè amore (volontario). Anche la ragione. Nell'uomo il cuore, cioè l'amore (che comprende le ragioni della ragione), arriva più in là della ragione.

Se prima del peccato originale la razionalità umana era concorde col sentimento, tanto che l'uomo "sentiva" solo ciò che è giusto, col peccato questa unità si è in buona parte rotta. Amore e ragione sono perciò di per sé inseparabili (anche se il peccato opera per separarli), ma l'iniziativa è dell'amore, cioè: il movimento che attrae è di amore.

Se il conoscere intellettualmente è una sorta di relazione, o di inizio di relazione, la comunione di amore è una relazione vitale, che è più del solo conoscere intellettualmente, in quanto è essenziale, tanto che può anche supplire l'intelletto, come nei casi di chi non può intendere e volere ma vive come membro della Chiesa di Dio.

 

2: "Quando si spezza l'equilibrio"

 

Separare la sapienza dalla carità sarebbe come separare un gesto di affetto dalla persona che dovrebbe riceverlo: senza questa, il gesto né si realizza, né può essere definito di affetto, in quanto perde di significato. Allo stesso modo la conoscenza solo intellettuale, non avendo sperimentato ciò che sa, è simile a un cieco che possiede un bel quadro che, però, non può vedere.

Così oggi, se da una parte c'è il rischio del razionalismo, dall'altra si rischia il sentimentalismo (che possono anche sussistere insieme). Ma, se il sentimento non dà profondità alla razionalità e la razionalità non dirigere il sentimento, l'uomo sembra stupido, cioè: spesso si comporta da stupido.

Il sentimento, infatti, che vola alto, se disancorato dalla ragione, è preda dei "venti", mentre la ragione, che è efficace solo se segue le "regole" della logica come un treno segue le rotaie (anche se, a causa del peccato, possono essere danneggiate), se disancorata dal sentimento, non fa attenzione che ai suoi binari, senza guardare il panorama.

Di fatto, il razionalismo rinunciando al "gusto" del sapere, e perciò alla sapienza, fa sembrare stupido anche il più intelligente, mentre il sentimentalismo, che è facilmente preda delle mode e delle ideologie, che non sono affatto frutto della razionalità ma piuttosto del "volere ciò che si sente", piega l'intelligenza al sentire soggettivo.

 

3: "Luce e voce: due modi di orientarsi"

 

Sia il sentimento che la ragione hanno subito la corruzione dovuta al peccato originale. Ma, generalmente, il sentimento è più fallace della ragione, in quanto si basa su delle "impressioni" soggettive, mentre la ragione deduce dai fatti, che sono quello che sono, e perciò sono meno inclini ad essere manipolati in senso soggettivo e si possono affrontare razionalmente con metodi comuni a tutti e perciò in sé stessi oggettivi.

L'intelligenza è come seguisse principalmente una "luce", mentre il sentimento è come seguisse principalmente una "voce".

Il sentimento di per sé non ha valenza morale, perché può essere usato sia bene, e allora fa bene, sia male, e allora fa male, ma è un dono di Dio, e sotto questo aspetto è buono. Perciò in un certo senso potremmo dire che il sentimento sta alla carità, come la ragione sta alla fede.

Così, se c'è contraddizione tra ragione e cuore, per non sbagliare occorre seguire la ragione (che cerca il bene), mentre se c'è accordo, per approfondire la ragione, occorre seguire il cuore.

 

4: "Quando il cuore vede e la mente sente"

 

Se si paragona la razionalità alla vista e il cuore al "sentire", cioè alle emozioni, allora la ragione vede, cioè osserva e valuta, ma senza il cuore non "sente" niente. Da parte sua il cuore "sente" e prova emozioni, ma senza la vista, spesso sente alla "cieca", perché non distingue la realtà.

Ma se si uniscono cuore e ragione, il cuore vede con la ragione, e la ragione "sente" col cuore.

Così, se cuore e ragione procedono uniti, il cuore vede più in là della stessa ragione perché, bene indirizzato da essa, segue l'odore della verità come un cane da cerca segue una pista, mentre la ragione si perfeziona perché, seguendo il cuore, vede cose che non avrebbe altrimenti visto.

Come la fede si deve incarnare nella vita, così, in certo modo, la ragione si deve incarnare nel cuore, e come la vita deve testimoniare la fede così, in certo modo, il cuore deve rendere testimonianza alla ragione.

Le emozioni, i sentimenti e gli istinti sono importanti in quanto strumenti, purché anch'essi siano orientati verso la verità. Sono un po' come i venti per una barca a vela: alcuni sono favorevoli e altri contrari, ma la barca li orienta verso il suo porto di arrivo attraverso le vele e il timone, cioè la ragione e la verità.

 

5: “I tre modi di conoscere”

 

Si potrebbero considerare tre modi di conoscere:

1) Il sapere - la conoscenza intellettuale tradizionale, il capire.

2) Il comprendere – il contemplare, il vedere.

3) L'amare – la conoscenza, la partecipazione, l’esperienza vitale, che dà il “possesso” dell’oggetto di cui si vuole sapere e di ciò che si ha necessità di sapere. E lo fa godere già ora. Ogni amore è ordinato all’Amore, che è il fine di ogni tipo di conoscenza e che fa conoscere ogni conoscenza. Cioè Dio.

Di conseguenza, l'amore è conoscenza, mentre il sapere lo è solo se c'è l'amore.

Papa Giovanni Paolo II, citando san Cirillo di Alessandria, ha detto che, chi è partecipe a Cristo (e si partecipa a Cristo attraverso l'amore): "avrà in se stesso la sorgente degli insegnamenti divini, sì da non aver più bisogno dei consigli degli altri" (Udienza Generale del 17 aprile 2002).

E padre Raniero Cantalamessa, nel libro Salita al monte Sinai (Città Nuova, Roma, 1996), dice che Dio, che si può conoscere intellettualmente per analogia, immagini, simboli, e altri modi imperfetti, trascende infinitamente ogni idea che l'uomo può avere su di lui. Per padre Raniero, perciò, scoprire il Dio vivente significa "sfondare", in un certo senso, quel muro che è l'idea che ci siamo fatti di Dio, per scoprire la sua Persona. Dio non è un'astrazione, ma una realtà, una Presenza.

Per san Gregorio Nisseno, ricorda ancora padre Raniero, la più alta forma di conoscenza di Dio si manifesta come un "sentimento di presenza".

 

6: "Amatevi come io vi ho amato"

 

Gesù ha detto: "Amatevi come io vi ho amato" e non: "Capitevi come io vi ho capito". Noi capiamo se amiamo, e se amiamo capiamo coi caratteri dell'amore. Amiamo anche quando non capiamo, ma capendo indirizziamo l'amore. Capire e amare procedono nella stessa direzione.

Per cui occorre amare prima che cercare di essere amati. Si risponde infatti per sé stessi, e si risponde se si ama, non se si è amati o capiti. Nessuno può capire ed essere capito perfettamente e pienamente, ma tutti possono amare.

Gesù nel Vangelo non anestetizza i sentimenti. Tutt'altro, li coinvolge pienamente. Guarda a tutto ciò che è umano: all'anima prima di tutto, poi al mondo psicologico, strettamente in relazione con l'anima, e a quello materiale. Così parla di compassione, ma si relaziona anche con le emozioni della gente: pur non facendo troppo affidamento su esse, pure vi vede qualcosa di autentico, o di potenzialmente autentico.

Mettere in pratica i Comandamenti di Gesù col cuore è più che conoscere tutta la teologia senza applicarla, perché è intelligenza incarnata e teologia incarnata, e il fine di tutta la teologia.

In Dio l'istruzione è un atto di amore, ma l'amore è fine a sé stesso. Come detto, Dio ci comanda di amare, non di capire, ma chi ama si istruisce e cerca di capire. Allo stesso modo Dio ci comanda di amare gli altri, non di avere un buon carattere, ma chi ama si impegna ad avere un buon carattere.

 

7: L'Integrazione finale

 

La ragione da sola, senza l'amore (in una situazione perciò irragionevole, e conseguentemente innaturale), possiede solo la prospettiva terrena, e non trascendente, per cui non capisce i piani divini come la Croce, che esprimono l'amore, e di conseguenza non arriva al suo fine, che è quello di capire, per come è possibile, la realtà trascendente.

Mentre l'amore di Dio, da solo, raggiunge il suo fine, perché è in sé stesso trascendente ed è in sé stesso Verità che si manifesta alla ragione. L'uomo arriva alla sua pienezza in forza dell'amore (se guidato dalla ragione), e non in forza della ragione, perché c'è di per sé più conoscenza nell'amore, che non nella sola conoscenza.

In modo esplicito si può amare col cuore solo ciò che si conosce con la ragione. Per questo è sbagliato contrapporre cuore e ragione. È la conoscenza, infatti, che orienta il cuore verso il fine della volontà. Per questo la ragione deve conoscere la verità e la volontà deve aderire ad essa. Per questo la prima cosa che il cuore deve amare è la verità.

L'amore non può non pensare e il pensiero conforme alla verità non può non amare. Amore e pensiero non si possono separare, ma l'amore sta all'origine e alla fine del pensiero. Per questo è meglio dare più tempo all'amore che al pensiero. Anzi, occorre dare tutto il tempo all'amore, che si fa anche pensiero.

 

8.     Conclusione

 

Dio non ha occhi eppure vede, così non ha sensi, eppure ama. E ama di più (ama infinitamente) proprio perché non ha sensi. Per analogia si può dire che l'intelletto non ha sensi, eppure procura diletto.

L'amore è attrazione al bene, e in Dio amore e attrazione coincidono, in quanto egli è il Sommo bene, cioè è amore infinito e trascendente.

L'uomo può conoscere naturalmente solo attraverso i sensi e con la ragione può capire, attraverso l'analogia e i metodi che ne derivano, cose che superano la conoscenza dovuta ai sensi. Dio è conoscenza infinita del bene infinito, e l'infinito, proprio perché tale, non ha bisogno dei sensi per essere.

In definitiva, Dio è amore, perciò conoscere Dio è amare Dio, non solo sapere di Dio. L'amore, perciò, comprende anche l'intelletto.

Si ama ciò che si conosce ma, soprattutto, si conosce ciò che si ama.

 

 

 

 

 

Indice

 

Sulla morte di Papa Francesco                                                                                            pag. 1

 

L’antiideologia favorisce l’ideologia?                                                                      pag. 1

 

Fatima e la guerra russo ucraina                                                                            pag. 1

 

Povertà evangelica e pauperismo                                                                            pag. 3

 

L’onestà origina dalla castità                                                                                   pag. 3

 

Il numero degli angeli e l’infinità di Dio                                                                 pag. 4

 

Carità nella verità                                                                                                     pag. 5

 

Trasformare i rimpianti in nostalgia di Dio                                                            pag. 5

 

La fede scaccia ogni paura                                                                                        pag. 6

 

La strana logica della misericordia attraverso una parabola                                pag. 6

 

Papa Leone XIV: la rivoluzione di un controrivoluzionario                                  pag. 7

 

Il fariseo e il pubblicano: fare ed essere                                                                   pag. 7

 

Lo spirito del Concilio Vaticano II: un’invenzione dei modernisti che fa comodo anche ai tradizionalisti                                                                                                                                       pag. 8

 

Porgere l’altra guancia                                                                                               pag. 8

 

La medicina di Santa Ildegarda                                                                                 pag. 9

 

Il debito e la grazia                                                                                                      pag. 10

 

Giustizia e misericordia                                                                                              pag. 10

 

Il perdono di Dio è più della cancellazione dei peccati                                            pag. 11

 

Misericordia di Dio e misericordismo                                                                        pag. 11

 

Corredentrice vs Pachamama                                                                                    pag. 12

 

Immacolata e corredentrice                                                                                       pag. 13

 

La misericordia che supera i conti                                                                            pag. 13

 

Annuncio del Vangelo                                                                                                 pag. 14

 

Intelligenza artificiale e creatività umana                                                                pag. 14

 

Non esistono altri generi oltre XX e XY                                                                   pag. 17

 

Mistero                                                                                                                        pag. 19                                   


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