Fratelli per natura e fratelli per grazia
1. Genealogia di Gesù
Da
quando siamo stati generati alla grazia, la genealogia di Gesù ha assunto nuovi
e più profondi significati, e ogni genealogia deve riferirsi e “innestarsi” ad
essa.
Occorrono perciò nuovi criteri, criteri più veri, nel considerare le
genealogie.
Del resto chi ci dice che un nostro antenato diretto non possa essere
illegittimo? O adottato?
Lo spirito comprende la carne e lo Spirito di Dio comprende lo spirito umano
senza annullarlo, senza confondersi, ma assimilandolo attraverso una comunione
di amore che rende più uniti dell’unità.
2. Storia della Salvezza
La
Storia della Salvezza e, perciò, la Storia della Chiesa, è la mia storia. Le
storie particolari: nazionali, regionali, familiari, personali, sono “dentro”
la grande storia, su cui si innesta la Storia della Salvezza come l’innesto di
un buon albero da frutto sul tronco di un albero selvatico.
La genealogia di Gesù ci dice che Dio mantiene le sue promesse, che Egli è
entrato nella storia e si è fatto presente in un tempo, in un popolo e in un
luogo preciso.
Ma essendo la salvezza universale come l’amore, non conosce frontiere, né di tempo, né di spazio, perciò, in Gesù, Dio si è incarnato in ogni tempo e in ogni luogo: anche in noi e nella nostra storia.
Gesù, grazie alla sua divinità, elevando la storia a Storia della Salvezza, ha elevato anche la storia particolare di ciascuno, perché le storie non possono essere separate dalla storia, cosicché solo un nostro rifiuto all’“eternizzazione” della nostra storia personale può separarci dalla Salvezza che si manifesta nella storia attraverso Cristo.
Storia
e Storia della Salvezza: come una stessa storia, ma su due piani diversi. Due
piani senza confusione, ma indissolubilmente uniti, in cui la salvezza assume
la storia.
La Bibbia ne è la testimonianza.
3. Storia personale, identità e senso della storia
La mia storia si intesse con la cultura della mia città (o delle mie città), della mia regione, del mio popolo e, anche, di tutta l’umanità. Ma si relaziona soprattutto con la Storia della Salvezza, di cui la mia personale storia diventa parte, divenendo anche la storia della mia salvezza.
Storia
della salvezza e storia del mondo non si possono separare: la storia si colora
di salvezza e la salvezza è l’anima della storia e le dà un senso.
In un certo senso, se la mia storia è nella Storia della Salvezza, anche la
compendia.
Chi
siamo è un mistero che possiamo intuire per mezzo della coscienza.
Siamo tutti originali, soprattutto nell’anima, nostro principio vitale, direttamente
creata da Dio al momento del concepimento, e siamo talmente diversi l’uno
dall’altro, che in Paradiso ne rimarremo stupiti. Una diversità che è a
servizio dell’unità, così come l’unità manifesta e realizza la nostra
originalità.
La nostra storia è il risultato di un’infinità di possibilità che si “materializzano” in circostanze concrete, che, pur nel limite da coordinate spazio-temporali, in qualche modo si “universalizzano”.
Ma noi in qualche modo siamo anche le nostre scelte perché, pur essendo limitati, siamo liberi, cioè possiamo fare delle scelte fondamentali, come quella della fede.
“Eredi
si diventa per la fede”, scrive l’Apostolo Paolo. La fede, perciò, ci
connota.
Ma ci connota anche la cultura, capace di esprimere la fede in modo originale.
La cultura è per lo più frutto di relazioni, cosicché si trasforma continuamente attraverso dinamiche complesse.
Una cultura statica, che si chiude, così come una cultura che rinuncia alle proprie radici, immette un principio di “anticultura”.
Solo la verità fa cultura, mentre gli elementi non veri ne minano le basi.
Sebbene
lacunose, le tracce della nostra storia ci danno degli indizi su chi siamo.
Il nostro albero genealogico infatti, come quello di Gesù, è frutto, più che di
combinazioni genetiche, di “comunicazioni” spirituali, culturali e interpersonali.
La storia infatti parla dell’uomo, e di ogni singolo uomo, un po’ come un frammento fossile dà notizie non solo del singolo organismo che lo ha prodotto, ma anche del genere a cui quell’organismo apparteneva, relazionando il tutto all’ambiente che lo circondava.
4. Discendenza secondo la carne e secondo lo spirito: Maria e Cristo
Gli
antenati di Gesù a livello genetico discendono da sua madre Maria, ma Ella è
madre di Gesù anche spiritualmente e, soprattutto, è Madre di Dio, in quanto ha
accettato il piano divino, che passa anche per la sua maternità fisica.
Se Maria avesse fatto solo da “incubatrice” del Cristo, sarebbe stata soltanto
una speciale madre biologica della natura umana di Lui, ma col suo sì, Ella è
diventata madre della Persona di Gesù, che è Persona di natura divina (il
Figlio), che ha assunto la natura umana.
Così,
come lo spirito non contraddice la carne, ma la presuppone, e perciò la assume,
allo stesso modo la prossimità spirituale non contraddice quella genetica e la
parentela spirituale non contrasta con quella del sangue.
Di conseguenza, la genitorialità spirituale, come il condividere la medesima
cultura di un popolo, conferisce una specifica chiamata nell’ordine della
grazia.
Possiamo così considerare tre forme di “ereditarietà”: quella genetica, quella spirituale, che comprende e integra quella genetica, e quella nella grazia, che comprende, integra e realizza le altre due e che, all’occorrenza, le può supplire.
Genetica e storia hanno così un significato spirituale che, in ultima analisi, ci rimandano a Cristo.
Le
popolazioni del mondo e ogni singolo individuo, a livello genetico, come a
livello culturale, sono frutto di una serie di mescolanze. Variano solo certe
percentuali.
La genetica è solo una circostanza: importante, perché si fa strumento nelle
mani di Dio, ma pur sempre una circostanza. Da sola non ha alcun significato
profondo.
Infatti, chi ci assicura che un nostro antenato diretto non sia finito
all’inferno?
Il bene viene da Dio, mentre il male da chi ha scelto di esserne nemico. Per questo se un nostro antenato si fosse dannato, noi livello essenziale non ne saremmo menomati: la sua genitorialità è supplita da Dio, che realizza la nostra salvezza e la sua paternità attraverso la Chiesa e i suoi santi che ne sono strumenti: quello che di buono abbiamo ricevuto dai nostri antenati, buoni o cattivi che siano stati, è sempre dono di Dio.
5. Alle origini della nostra storia
Per scoprire le tracce naturali dalle quali poi emerge la nostra storia, si possono fare ricerche genealogiche, storiche, genetiche. Per le tracce soprannaturali della grazia, invece, occorre fare ricorso alla Storia della salvezza.
Il
singolo individuo ha un patrimonio genetico frutto di una varietà
impressionante di possibilità che tende a dileguarsi all’interno di un’altra
infinità di possibilità nel giro di poche generazioni.
Da ciò si può dedurre che la storia, più che una cronaca di fatti, è uno
svilupparsi di relazioni, ma soprattutto di comunione tra le persone, che è
essenzialmente dovuta all’amore.
Fatto
sta che ciò che più ci rimane dei nostri antenati non è tanto l’eredità
genetica, ma quella culturale e spirituale.
Si
possono pensare cose nuove o pensare cose vecchie, vedere cose nuove o cose già
viste. In ogni caso, però, occorre sempre un approccio nuovo.
Il ricordare non può essere fine a sé stesso, ma deve farci ri-vivere ciò che
si ricorda, attraverso il Memoriale della Storia della Salvezza.
Nella
storia di ognuno è come inscritta tutta la storia, perché vi è inscritta la
storia di Gesù.
“Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.”
La
storia è una storia di dolore e miseria, ma in mezzo a questa melma c’è una
pepita d’oro: la salvezza di Gesù.
Una storia comune, che si personalizza in ognuno e a cui solo Dio dà un senso.
Questa
è la storia.
Storia normale, storia di tutti, ma anche storia speciale, unica.
Questa è anche la mia storia.
Conoscere la nostra storia non significa semplicemente ricostruire una sequenza di eventi personali, come se la vita di ciascuno fosse un racconto isolato dal resto del mondo. La storia individuale, presa da sola, è sempre incompleta. Per comprendere davvero chi siamo, occorre collocare, per quanto possibile, la nostra vicenda all’interno di un quadro molto più ampio, che comprende la storia dell’uomo, la storia del popolo o dei popoli a cui apparteniamo, il tempo storico in cui siamo cresciuti e la storia della nostra famiglia.
Tutti questi livelli non sono separati, ma profondamente intrecciati, e solo tenendoli insieme è possibile avvicinarsi a una comprensione più autentica della nostra identità.
La storia dell’umanità costituisce lo sfondo più ampio: ognuno nasce all’interno di una lunga traiettoria storica fatta di conquiste, crisi, trasformazioni culturali e spirituali. Idee, istituzioni, forme di pensiero e di organizzazione sociale che diamo per scontate sono il risultato di processi lunghissimi, spesso conflittuali.
Ignorare questa dimensione significa rischiare di leggere la propria esperienza come qualcosa di assolutamente nuovo o eccezionale, quando in realtà essa si inserisce in dinamiche antiche e ricorrenti. L’essere umano non nasce mai “da zero”: eredita un mondo già strutturato e carico di significati.
Integrata alla storia universale esiste una storia più concreta e delimitata: quella del popolo a cui apparteniamo, determinato da coordinate temporali e spesso anche spaziali.
Noi in un certo senso siamo anche il popolo in cui siamo cresciuti e il tempo storico che abbiamo attraversato: lingua, mentalità, visione del mondo, rapporto con l’autorità, con la comunità, con il sacro e con il lavoro sono profondamente segnati dal contesto collettivo in cui si cresce.
Anche quando ci si sente in rottura con la tradizione del proprio popolo, quella tradizione continua ad agire in modo sotterraneo, come un orizzonte implicito che orienta il nostro modo di pensare e di reagire.
In modo riduttivo e schematico potremmo dire che il popolo è lo “scenario”, lo spazio simbolico e culturale in cui si muovono le vite individuali, ma lo scenario, da solo, non spiega tutto: occorre inserire anche la storia familiare. È nella famiglia, infatti, che la storia collettiva prende una forma più concreta, incarnata in persone reali più vicine che, con le loro scelte, i loro successi, i loro fallimenti e i loro silenzi, si relazionano e si confrontano più direttamente con noi.
Comprendere la propria storia familiare significa portare alla luce alcune dinamiche che hanno contribuito a creare gli spazi formali e psicologici in cui la nostra libertà si può esprimere concretamente.
6. Le ricerche genetiche
La genetica può fornire indicazioni sulle origini biologiche, ma dice poco sulla storia concreta delle persone. Le tracce genetiche rimangono leggibili solo per poche generazioni e, andando indietro nel tempo, si diluiscono rapidamente. Il DNA può suggerire grandi aree di provenienza, ma racconta poco o nulla dell’ambiente umano, delle condizioni di vita, delle tradizioni, delle scelte morali e culturali.
La genealogia, invece, può dire molto di più, soprattutto se intesa non come semplice elenco di nomi e date, ma come ricostruzione di un contesto. Attraverso la genealogia, infatti, è possibile comprendere, anche se in modo lacunoso e frammentario, mestieri, spostamenti geografici, legami sociali, livelli di istruzione, forme di religiosità e appartenenza comunitaria. In questo senso, la genealogia parla dell’ambiente in cui si è vissuto: se i popoli sono lo scenario, la famiglia è il microclima quotidiano in cui si forma l’individuo.
Anche qui, tuttavia, è necessaria una misura. Non ha molto senso spingersi troppo lontano nel tempo alla ricerca dei propri antenati. Più si va indietro, più le linee genealogiche si moltiplicano e si intrecciano fino a convergere. Oltre una certa soglia i nostri antenati diventano inevitabilmente anche gli antenati di tutti gli altri. A quel punto, la ricerca perde specificità e valore interpretativo, trasformandosi in una curiosità astratta.
È invece particolarmente significativo concentrarsi sugli ultimi due o trecento anni.
In questo arco temporale, infatti, è spesso possibile rintracciare un filone riconoscibile di tradizioni popolari e familiari: provenienza dei propri avi e loro contesto storico, “reliquie” della loro vita come oggetti, racconti, storie, mestieri, modi di vivere, di affrontare le difficoltà e di interpretare il mondo. È in questo periodo che in modo particolare si struttura l’ambiente storico e umano da cui proveniamo direttamente.
Qui la storia non è lontana né impersonale: è una storia vissuta, che continua a produrre effetti nel presente e conoscerla può essere utile per dare delle coordinate più precise alla nostra storia.
Tutto questo mostra come l’identità non sia mai riducibile a un solo fattore. Non è la genetica a definirci, né la genealogia presa isolatamente, né la sola biografia individuale.
Ciò che dice davvero chi siamo a livello storico è l’intreccio dinamico nel tempo tra cultura, ambiente e spirito, influenzato dalla libertà individuale, dalla capacità di scegliere tra bene e male e le strade che possiamo intraprendere.
Conoscere la nostra storia, in questa prospettiva, significa semplicemente acquisire consapevolezza del contesto che ci ha formati. È un lavoro che non serve a giustificare tutto ciò che siamo, ma a comprenderlo meglio.
Solo riconoscendo le radici storiche, popolari e familiari della nostra esperienza possiamo distinguere ciò che abbiamo ereditato da ciò che scegliamo di essere ed è proprio in questa distinzione che si apre lo spazio della libertà e della responsabilità personale.
L’idea che le popolazioni umane siano entità biologiche distinte, riconoscibili e separabili in modo netto è profondamente radicata nel linguaggio comune, ma non trova conferma nella genetica moderna.
Le ricerche degli ultimi decenni hanno mostrato con chiarezza che l’umanità è il risultato di un processo continuo di migrazioni, incontri e mescolamenti, e che ciò che chiamiamo “etnia” non è una categoria biologica assoluta, bensì una differenza di proporzioni all’interno di un patrimonio genetico largamente condiviso. In questo senso tutti i popoli sono “miscugli genetici”.
Il DNA umano funziona come un archivio di incontri. Ogni popolazione conserva tracce, più o meno evidenti, di eventi storici differenti: la diffusione degli agricoltori neolitici dal Vicino Oriente, le migrazioni dei pastori delle steppe nell’età del Bronzo, i movimenti mediterranei antichi, le invasioni e integrazioni del periodo tardo-antico e medievale, i commerci, la schiavitù, i matrimoni misti.
Molte di queste tracce sono oggi difficili da osservare, perché la genetica non conserva tutto. Ma la loro rarità non le rende irrilevanti: al contrario, dimostra che anche eventi demograficamente minimi hanno lasciato segni reali.
7. Tre livelli di eredità genetica
Per comprendere come funziona questo processo nel tempo è essenziale distinguere tre modalità di trasmissione biologica.
Il DNA autosomico, che costituisce la parte principale del genoma, si eredita da entrambi i genitori e si rimescola a ogni generazione. È il DNA che riflette il contributo complessivo di molti antenati, ma è anche quello che si diluisce più rapidamente.
Il cromosoma Y, trasmesso esclusivamente da padre a figlio maschio, permette di seguire linee paterne profonde, ma è estremamente fragile, come è fragile la trasmissione di un cognome: basta una generazione senza figli maschi perché quel lignaggio si estingua per sempre.
Il DNA mitocondriale (mtDNA), trasmesso da madre a figli, segue una logica analoga, e perciò può scomparire rapidamente se una linea produce solo figli maschi o si interrompe per eventi demografici casuali. E’ comunque più stabile del cromosoma Y perché è un dato di fatto che nell’uomo (come in molte specie di animali), quasi tutte le femmine si riproducono almeno una volta, mentre i maschi che si riproducono sono meno, a causa di guerre, selezione sessuale, ecc.
Queste tre modalità di trasmissione biologica raccontano storie diverse dello stesso passato, ed è qui che nasce uno dei paradossi centrali della genetica umana.
8. Discendenza genealogica e discendenza genetica
Dal punto di vista genealogico, ogni individuo ha due genitori, quattro nonni, otto bisnonni, ecc.
Procedendo a ritroso, il numero teorico di antenati cresce in modo esponenziale, tanto che, dopo circa trenta generazioni – meno di mille anni – il numero di antenati teorici supera di gran lunga la popolazione reale vissuta in quel periodo. Questo fenomeno, noto come collasso genealogico, implica che le stesse persone compaiano più volte negli alberi genealogici di individui diversi.
Il risultato è ben dimostrato matematicamente. Studi come quello di Joseph Chang (1999) mostrano che, in popolazioni con mescolamento continuo come quelle europee, qualsiasi individuo vissuto intorno all’anno 1000 che abbia lasciato una discendenza sopravvissuta è oggi antenato di tutti o quasi tutti. Andando più indietro, al V o VI secolo, la probabilità diventa praticamente una certezza.
Il DNA, però, non segue questa logica. La probabilità di ereditare un segmento specifico da un antenato diminuisce drasticamente a ogni generazione. Dopo 20–30 generazioni, la maggior parte degli antenati genealogici non ha lasciato alcun DNA misurabile nei discendenti moderni. La genealogia tende all’universalità; il DNA tende alla perdita.
I genetisti parlano di segmenti Identical By Descent (IBD) quando due individui condividono porzioni di DNA ereditate da un antenato comune. Con il passare delle generazioni, questi segmenti diventano sempre più corti e rari, fino a diventare indistinguibili dal rumore statistico o a scomparire del tutto.
I test genetici moderni riescono a rilevare IBD in modo affidabile solo fino a circa 6–10 generazioni. Oltre questo limite, i segnali si confondono con quelli Identical By State (IBS), cioè somiglianze casuali non legate a un antenato comune recente. Questo spiega perché antenati vissuti 1.000 - 1.500 anni fa siano invisibili ai test commerciali, pur essendo genealogicamente centrali.
9. Popolazioni delle steppe come esempio di mescolamento
Le popolazioni delle steppe eurasiatiche – Unni, Avari, Sarmati, Ungari, Cumani, Mongoli – rappresentano un caso emblematico di mescolamento continuo. Non erano gruppi geneticamente puri, ma confederazioni mobili, che integravano individui di origini diverse.
Gli Unni, in particolare, non costituiscono un’entità genetica unica. Gli studi sul DNA antico mostrano che la maggior parte degli individui associati agli Unni europei aveva profili misti, prevalentemente euroasiatici, con una minoranza di individui che presentava componenti est-asiatiche più marcate, probabilmente legate a popolazioni affini agli antichi Xiongnu delle steppe orientali.
Ad esempio: sebbene in Italia, il quadro genetico è dominato da componenti neolitiche europee e mediterranee, con apporti successivi dal Vicino Oriente e dall’Europa continentale, studi di genetica delle popolazioni e di DNA antico hanno individuato tracce minime ma documentate di lignaggi uniparentali riconducibili alle popolazioni delle steppe.
Sono stati identificati, in frequenze quasi sempre inferiori all’1%, aplogruppi del cromosoma Y in regioni come il Nord-Est, l’Appennino tosco-emiliano, la Sicilia e alcune aree del Sud. Analogamente, aplogruppi mitocondriali est-eurasiatici sono stati rilevati in individui isolati o in contesti antichi.
Queste tracce non indicano migrazioni di massa ma integrazioni individuali o di piccoli gruppi avvenute nel corso della tarda antichità e del medioevo, attraverso guerre, schiavitù, mercenariato, commerci e matrimoni.
Un esempio particolarmente chiaro di questo processo proviene da una necropoli longobarda dell’Italia settentrionale, in area lombarda-piemontese, databile tra VI e VII secolo.
In questo contesto, l’analisi del DNA antico ha identificato una sepoltura femminile con DNA mitocondriale appartenente all’aplogruppo D4, tipico delle popolazioni dell’Asia orientale e delle steppe eurasiatiche e praticamente assente nell’Europa occidentale antica.
Le analisi isotopiche dei denti indicano che la donna non era cresciuta localmente, ma aveva trascorso l’infanzia in una regione molto più orientale. Il corredo funerario e il contesto archeologico, tuttavia, sono pienamente longobardi, per cui la donna era integrata nella comunità, con ogni probabilità moglie di un uomo longobardo.
Dal punto di vista genetico, questo caso è rarissimo e dal punto di vista storico, è perfettamente compatibile. Dal punto di vista genealogico, è potentissimo.
Infatti, se quella donna ha avuto figli, e non vi è motivo di dubitarne, e la sua discendenza è riuscita a riprodursi per tre o quattro generazioni, allora si è diffusa.
Anche se il suo mtDNA si fosse estinto dopo poche generazioni, la sua presenza genealogica no.
Nel giro di secoli, i suoi discendenti si sono mescolati con tutte le altre famiglie locali e dopo mille anni, la matematica della genealogia rende quasi impossibile che quella linea non compaia negli alberi genealogici dell’intera popolazione italiana.
Questo vale per lei come per qualunque altro individuo antico: Unni, Longobardi, Romani, Bizantini, schiavi orientali, mercanti levantini.
10. Cosa sono le etnie
La scomparsa delle tracce è il risultato combinato di: deriva genetica casuale, diluizione del DNA autosomico, estinzione delle linee Y e mitocondriali, colli di bottiglia demografici (peste, carestie, guerre), bias di campionamento negli studi di DNA antico (cioè a distorsioni sistematiche nelle interpretazioni delle analisi genetiche di resti umani antichi causate da pregiudizi cognitivi o metodologici dei ricercatori).
Nulla di tutto questo implica l’assenza di discendenza. Implica solo che il DNA non è una memoria completa del passato.
Alla luce di tutto ciò, parlare di etnie in senso biologico significa parlare di distribuzioni di frequenze, non di categorie chiuse. Gli italiani, come tutti i popoli, sono il risultato di una stratificazione complessa. Ciò che distingue un gruppo da un altro non è l’esistenza di un confine genetico, ma l’equilibrio delle percentuali.
La genetica moderna non smonta solo il mito delle etnie pure: lo rende logicamente impossibile. Mostra che l’umanità è una rete di parentele profonde, in cui anche eventi minimi possono avere conseguenze genealogiche enormi. Le tracce genetiche possono svanire, le discendenze no.
11. Il popolo di Israele
Il popolo di Israele ha influito molto sull’identità culturale degli europei, come hanno influito molto i romani e i greci. Non solo, l’antico popolo ebraico ha influito molto e in modo essenziale anche a livello spirituale.
Tutte le famiglie della Terra in te saranno benedette, disse Dio ad Abramo, conferendogli una paternità spirituale universale e aprendo, di fatto, la sua famiglia ad altri componenti anche a livello genetico.
Fatto sta che, come appare storicamente accertato, fin dai primi tempi la piccola tribù di Abramo includeva persone di altre stirpi. Come Agar, da cui nascerà Ismaele, e da questi gli Ismaeliti (Dio infatti aveva previsto che a dare inizio al popolo ebraico non fosse solo Abramo, ma anche sua moglie Sara).
Ma quanti altri servitori di altre stirpi, i cui discendenti sono poi diventati parte del popolo di Dio, erano al seguito di Abramo?
Di fatto nella Bibbia è testimoniato come il “sangue”, da cui pure scaturiva la chiamata ad essere israelita, in sé stesso non è mai stato di impedimento nell’accettare come israeliti persone di altri popoli, se si convertivano accettando la Legge. Ciò, infatti, non contrasta col fatto che l’appartenenza al popolo ebraico fosse una questione di chiamata, tanto che, anche quando gli israeliti erano infedeli, Dio continuava a chiamarli, a meno che essi non si fondessero con altri popoli.
La Legge e le tradizioni, perciò, manifestavano la chiamata del popolo, mentre la Terra Promessa ne rappresentava il riferimento geografico, perché i popoli sono, almeno in origine, sempre legati a una specifica “terra”.
Se per gli israeliti la Palestina è un collante che dà loro una specifica identità anche nella diaspora, proprio la diaspora dimostra che, chi tiene veramente unito il popolo di Dio, è la Legge e le sue tradizioni, è la sua storia, è la promessa, è il culto. Queste cose “fanno” il popolo ben più di un’espressione geografica (che con l’avvento si Cristo ha assunto un significato evoluto, più profondo, spirituale e simbolico).
Di fatto il popolo israelita, che forse è quello più di tutti legato ai luoghi della sua storia, è anche quello che più di ogni altro popolo dimostra che una moltitudine di persone può dirsi popolo solo se partecipa a una medesima chiamata spirituale (il popolo Cristiano, che integra e compie il popolo di Israele, non è soltanto il popolo in cui le promesse si sono realizzate, ma ha un’origine totalmente soprannaturale).
Il popolo di Israele, lungo quattromila anni di storia, è cambiato molto anche geneticamente, ma gli ebrei di oggi sono ancora considerati discendenti degli ebrei antichi, come lo saranno le future generazioni fino alla conversione finale, perché in un certo modo noi “siamo” anche quello che lasceremo spiritualmente.
Significativo è che Gesù, a livello biologico, non ha lasciato discendenza, eppure ha lasciato una discendenza.
Nulla di che meravigliarsi, perciò, se alcuni studiosi ebrei, genetisti e storici, al contrario di altri che si arrampicano sui vetri per dire che gli ebrei possiedono delle caratteristiche che, per quanto vaghe, li possono ricondurre a una “razza”, affermano l’esatto contrario. Cioè che il popolo ebreo è tale solo per via delle medesime tradizioni, in quanto a livello genetico e storico non potrebbe essere più promiscuo, tanto che, per alcuni, degli ebrei antichi geneticamente non è rimasto molto. Se non la cosa più importante: la Legge, il cui studio ha prodotto una cultura sopraffina.
Gli studi biblici, come quelli storici e archeologici, sembrano dire come gli “incroci” tra Israele e gli altri popoli siano stati continui, sia prima che dopo le varie diaspore.
Soprattutto con popoli affini, con cui condividevano la maggior parte del materiale genetico, che rende meno visibile la loro promiscuità genetica, ma non meno reale.
La genealogia di re Davide riporta due antenate straniere: Tamar la cananea e Rut la moabita. Che sono poi anche, insieme alla hittita Betshabea, antenate di Giuseppe, il padre putativo (non biologico) di Gesù.
Di fatto il popolo ebreo era eterogeneo quando emigrò in Egitto e probabilmente era ancora più eterogeneo quando ne uscì, e, tra alti e bassi, le relazioni matrimoniali con altri popoli non cessarono mai.
Inoltre, fin dall’antichità gli Ebrei facevano proselitismo con grande successo. Gli Atti degli Apostoli ne sono una testimonianza e il Vangelo stesso ne fa cenno.
Con l’avvento del Cristianesimo molti ebrei si convertirono al cristianesimo, soprattutto in Palestina, mentre quelli della Diaspora risposero di meno.
Fatto sta che, al tempo della prima rivolta giudaica contro Roma, i cristiani di Gerusalemme, ricordandosi dell’avvertimento di Gesù di fuggire sui monti quando eserciti stranieri si fossero accampati fuori di Gerusalemme, lasciarono la città, che verrà totalmente distrutta, e si salvarono.
Secondo Origene circa 150.000 dei primi cristiani provenivano dall’ebraismo.
Nonostante ciò, il proselitismo ebraico continuò con successo, e continuò anche dopo la seconda distruttiva rivolta giudaica avvenuta negli anni 132-135.
Il proselitismo ebraico aveva così successo, che ne parlano con preoccupazione vari storici romani.
Secondo fonti che, però, potrebbero essere esagerate, nonostante le stragi dei romani e le deportazioni in schiavitù degli ebrei della Palestina, nel 200 dopo Cristo nella Terra Santa si contavano ancora un milione di abitanti, molti dei quali è da ritenersi immigrati dalla Diaspora.
E tale numero, nell’anno 500, era raddoppiato, raggiungendo i due milioni, mentre gli ebrei della Diaspora pare fossero quattro milioni.
Se pure la storia parla di ebrei convertiti al Cristianesimo e, anche, all’Islam, parla anche di intere popolazioni convertite all’ebraismo: in Etipia, nello Yemen, in Nord Africa, in Asia…
E’ nota soprattutto la conversione all’ebraismo del popolo Cazaro, di stirpe turca, da cui, per gran parte, discende la grande maggioranza degli ebrei attuali, cioè gli Aschenaziti, mentre i Sefarditi, di origine iberica, discendono in buona parte da convertiti romani e greci.
Particolarmente interessante sono le vicissitudini degli ebrei Gerusalemme, che li ha visti riempirla, ma anche svuotarla.
Dopo l’occupazione islamica, ad esempio, gli ebrei lasciarono in gran numero la Palestina fino ad abbandonarla quasi completamente, tanto che nel 1100 a Gerusalemme erano rimaste solo 70 famiglie di ebrei. Ma già nel 1200 centinaia di Ebrei si riversarono nella Terra degli avi e poi, nel 1500, altre migliaia.
Nel 1648 gli Ebrei nel mondo erano 750 mila, di cui 450 mila in Polonia e 65 mila tra la Boemia e la Moravia, e nel 1750 altri migliaia di Ebrei si trasferirono in Palestina, e così, a ondate, l’immigrazione caratterizzò tutto l’Ottocento e il Novecento.
Tutto ciò ha comportato un rimescolamento etnico e culturale notevolissimo, che, però, la Legge e le tradizioni dei padri hanno unificato in un’unica popolazione dal forte senso identitario e dalla grande cultura.
Di fatto le ricerche genetiche sul cromosoma Y dimostrano che la grande maggioranza degli ebrei europei discendono da alcuni ceppi del Medio Oriente e dell’Asia centrale, mentre secondo le ricerche sul DNA mitocondriale, discendono anche da molti altri ceppi, in buona parte anche originari dell’Italia.
Per cui si può dedurre che, sebbene vi siano stati uomini originari di altri popoli che sono entrati a far parte del popolo ebraico, per lo più erano le donne di altre popolazioni a entrare a far parte del popolo ebraico attraverso i matrimoni.
12. Gli ebrei in Italia
Quando si parla della presenza ebraica in Italia si è spesso tentati di immaginare una comunità rimasta sostanzialmente “identica a sé stessa” nel corso dei secoli, custode di un’eredità biologica e culturale trasmessa senza contaminazioni. Ma la ricerca storica e genetica racconta invece una storia più complessa, più realistica e, in definitiva, più interessante: una storia di continuità costruita attraverso il mescolamento.
Fin dall’età romana, infatti, gli ebrei in Italia non costituiscono un gruppo isolato, ma una popolazione inserita in un contesto urbano e sociale dinamico.
Roma ospita una comunità ebraica stabile già dal II–I secolo a.C., inizialmente formata da mercanti, ambasciatori, schiavi liberati e prigionieri di guerra provenienti dalla Giudea e da altre regioni del Mediterraneo orientale.
In età imperiale, la comunità cresce e si diversifica: non è composta solo da ebrei di origine palestinese, ma anche da ebrei della diaspora ellenistica, provenienti dall’Asia Minore, dalla Siria, dall’Egitto e dalla Grecia.
Dal punto di vista biologico, questo significa che il mescolamento inizia molto presto, già all’interno del mondo ebraico stesso. Gli ebrei della diaspora non sono geneticamente identici agli ebrei della Giudea: portano già contributi locali, frutto di secoli di convivenza con altre popolazioni.
Un elemento spesso sottovalutato è il ruolo delle conversioni.
In età romana, il giudaismo è una religione proselitica, soprattutto nelle grandi città. Numerosi romani, italici e greci entrano a far parte delle comunità ebraiche, sia attraverso conversioni formali sia attraverso matrimoni misti. Anche a Roma.
Dopo le guerre giudaiche, la diaspora ebraica si intensifica. Roma diventa uno dei principali centri dell’ebraismo occidentale e nel corso dei secoli, la comunità ebraica romana incorpora: nuovi arrivati dall’Oriente, ebrei provenienti dal Nord Africa, elementi locali italici e, in seguito, anche contributi provenienti dall’Europa centrale e mediterranea.
Gli studi genetici sugli ebrei europei mostrano un quadro coerente con questa storia. Gli ebrei italiani, e in particolare quelli romani, presentano una componente mediorientale significativa, una componente europea locale rilevante e affinità con altre popolazioni mediterranee.
Non esistono marcatori genetici esclusivi degli ebrei. Anche gli individui che mostrano la maggiore continuità con le popolazioni del Levante antico – quelli talvolta descritti come “più simili agli ebrei del tempo di Gesù” – presentano comunque un forte grado di mescolamento con popolazioni vicine: cananee, aramee, greche, romane, arabe, europee.
E’ perciò un dato di fatto che gli ebrei presenti a Roma e in Italia in età romana e medievale, se hanno avuto discendenza non estinta, sono oggi antenati di una parte enorme della popolazione locale, indipendentemente dalla religione attuale dei discendenti: la genealogia è più ampia del DNA.
La genetica non cancella le identità storiche, ma le ridimensiona: mostra che le differenze tra i popoli non sono muri, ma gradienti, e che la storia umana, anche quando sembra divisa da conflitti religiosi o politici, continua a intrecciarsi nel modo più profondo possibile: quello della discendenza, della cultura e dello spirito.
13. Roma
Un altro esempio interessante è il mescolamento etnico che si è verificato nella Roma antica, che non è mai stato ostacolato in età precristiana e che il cristianesimo ha contribuito e favorire.
Col Cristianesimo, infatti, si va radicando un nuovo concetto di persona e di popolo, che favorisce il superamento pregiudiziale riguardo agli altri popoli e alle altre culture.
Roma viene fondata attraverso la confluenza di tre etnie: i latini, gli etruschi e i sabini, e successivamente iniziò a consolidare il suo potere attraverso la Romanizzazione, che avvenne con la costituzione di colonie e, anche, attraverso fenomeni migratori, a volte anche forzati.
La romanizzazione dell’Italia avvenne, sì, attraverso campagne militari, ma anche attraverso una reciproca integrazione tra romani e italici, a cui contribuì anche l’esito della Guerra sociale che vide i romani costretti, per venire a capo della situazione, a concedere la cittadinanza romana a tutti i popoli italici che la richiedessero, i quali, decidendo di non entrare in guerra (etruschi e umbri) o deponendo le armi, favorirono la vittoria romana sui ribelli rimasti, cioè i sanniti.
Una strana vittoria, ottenuta concedendo quello che gli “sconfitti” volevano, ma che fece di Roma, attraverso questa integrazione, una potenza imperiale.
Successivamente Roma, ma anche il resto dell’Impero, fu per secoli “invasa” da schiavi, che arrivarono ad ondate: 30.000 da Taranto nel 209 a.C.; molte migliaia dalla Sardegna nel 176 a.C.; 150.000 dall’Epiro nel 167 a.C.; 50.000 da Cartagine e altri 50.000 da Corinto nel 146 a.C.; popolazioni iberiche al completo tra il 150 e il 100 a.C.; 150.000 Cimbri e Teutoni tra il 101-102 a.C.; a centinaia di migliaia dall’Asia (Palestina, Siria e Ponto), tra il 66 e il 62 a.C.; circa un milione di Galli tra il 58 e il 50 a.C.; decine di migliaia di Ebrei, forse 90-100 mila, dopo la distruzione di Gerusalemme nell’anno 70; 50.000 tra la Dacia e l’Armenia, con le campagne di Traiano.
Soprattutto al tempo dell’Impero divennero molto fiorenti i commerci, che favorirono gli spostamenti.
A un certo punto nella popolazione romana, dell’elemento di origine latina, pare ci fosse rimasto ben poco.
Poi le invasioni, le lotte interne (che sempre c’erano state), le carestie e le pestilenze, portarono alla morte e all’emigrazione di molti romani.
Al tempo dell’Impero l’Italia contava circa 10 milioni di abitanti e Roma circa un milione e mezzo, di cui 750.000 erano “stranieri”, ma, probabilmente, già molti degli italiani avevano delle ascendenze in altri popoli
Nei secoli successivi Roma quasi si svuotò di abitanti, per poi riempirsi di nuovo favorendo, così, la promiscuità.
Ma ancora nel V. secolo la città contava 700.000 abitanti, per arrivare, nel secolo successivo, a 200.000.
Ma, secondo Procopio di Cesarea, durante la terribile Guerra Gotica, che coincise con la Peste di Giustiniano (la peggiore epidemia che la storia ricordi), Roma rimase totalmente disabitata per alcuni mesi, in quanto Totila avrebbe deportato in Campania i pochi abitanti rimasti.
Poi si riprese, ma dopo l’occupazione dei Normanni di Roberto il Guiscardo, nel 1084, e il successivo saccheggio, si ridusse ad avere 20 mila abitanti, e comunque non più di 30 mila.
Dopo la riconquista bizantina, Roma rimase formalmente parte dell’Impero d’Oriente per circa due secoli, e funzionari, militari e chierici provenienti dall’Oriente mediterraneo, cioè da Grecia, Asia Minore e Balcani, si stabilirono in città.
Anche se Roma non fu mai conquistata stabilmente dai Longobardi, che nel frattempo si erano stabiliti in Italia, i contatti furono continui: mercenari, matrimoni, migrazioni individuali.
L’influenza franca si aggiunse dall’VIII secolo in poi, con la protezione carolingia del papato.
Anche qui, non si tratta di migrazioni di massa, ma di apporti piccoli ma significativi in una città demograficamente fragile. Roma, in questa fase, è una città che assorbe tutto ciò che le passa accanto.
Dal medioevo in poi, Roma e Napoli intrattengono un rapporto strettissimo: Napoli, che resta una grande città quando Roma è ancora ridotta, è un polo demografico, culturale e linguistico dominante nell’Italia centro-meridionale.
Non è un caso che il dialetto romano medievale e rinascimentale fosse molto simile a quello napoletano.
I testi mostrano affinità fonetiche, lessicali e sintattiche evidenti. Questo riflette movimenti reali di popolazione: chierici, artigiani, funzionari, soldati, commercianti provenienti dal Regno di Napoli si stabilirono a Roma.
La città nel secolo XII contava 80.000 abitanti. Poi vi fu una flessione dovuta alla peste, ma nel 1457, alla vigilia del Sacco subito dal Lanzichenecchi, Roma contava 85.000 abitanti, di cui un buon numero di immigrati dalle regioni vicine, soprattutto Toscana.
Ma il Sacco di Roma del 1527 da parte dei lanzichenecchi rappresenta un altro trauma demografico. La popolazione viene decimata: morti, fughe, carestie. Ancora una volta, Roma si svuota.
Dopo il sacco gli abitanti erano 35.000 o poco più.
Nel Rinascimento e soprattutto nell’età post-sacco, Roma viene ripopolata in larga misura da toscani: funzionari papali, artisti, artigiani, banchieri, notai. Firenze, Siena, Lucca, Pisa forniscono una quota significativa della nuova popolazione urbana.
Questo afflusso è così consistente che trasforma il dialetto romano, che progressivamente perde molte caratteristiche meridionali e si avvicina al toscano, pur mantenendo tratti propri. Il romanesco moderno nasce da questo processo: un dialetto riplasmato, non erede diretto di quello medievale.
Ma i toscani non sono gli unici. Arrivano anche: umbri, marchigiani, emiliani, lombardi, stranieri (spagnoli, francesi, fiamminghi).
Roma così tornò ad essere una città cosmopolita, ma su basi completamente nuove.
Nel 1600 i romani erano 110.000, nel 1750 erano 156.000 e nel 1870 erano 200.000. Poi, con Roma Capitale, il Fascismo e l’espansione della città dopo la Seconda Guerra Mondiale, un’ondata incredibile di migranti la portarono ad essere la città che è ai nostri giorni.
Anche in questa sua storia Roma è come un segno del nuovo popolo di Dio, quello Cristiano.
14. L’Italia
Se, come scrive l’Apostolo Paolo: “Giudeo è colui che lo è interiormente” (Rm 2,29), tanto più si è cristiani per la fede. Il termine cristiano, compiendo il termine ebreo o giudeo, qualifica sia un popolo, che una religione. Anzi è la massima espressione di essi: è il Popolo di Dio e la vera Religione di Dio.
Italiani, però, si può esserlo anche senza essere cristiani. Si è infatti italiani, non per genetica, né per religione, ma per cultura, che si sviluppa lungo la storia.
Di fatto, con le invasioni barbariche e la caduta dell’Impero Romano, per secoli popolazioni quali Goti, Visigoti, Unni, Bulgari, Vandali, Franchi ecc. percorsero la Penisola, lasciando, chi più, chi meno, una traccia. Soprattutto i Bizantini, i Longobardi, i Saraceni, i Normanni, i Tedeschi, i Francesi, gli Spagnoli…
Poi, con l’affermarsi delle Repubbliche Marinare, persone di varie origini si trasferirono in Italia. Spesso erano inizialmente destinate alla servitù, ma, col tempo, alcune di esse diventarono dei veri e propri famigliari acquisiti. Pare che cognomi quali: Mori, Moretti, ecc. siano, o potrebbero essere, di origine moresca, mentre Russo, di origine russa, ecc.
I Bizantini, ad esempio, occuparono gran parte dell’Italia per alcuni secoli. Erano greci, ma anche di origine romana e tra essi c’erano anche slavi, persiani, barbari di varie etnie, normanni, ecc.
Sconfissero, dopo una lunga e sanguinosa guerra, i Goti, di origine svedese, che prima di loro occupavano l’Italia. Portarono vari coloni di origine slava.
I Longobardi occuparono l’Italia nel VI secolo. Popolo germanico di probabile origine svedese, dopo varie vicissitudini, si stanziarono in Pannonia, pressappoco nell’attuale Ungheria.
Calarono in Italia in quella che fu un’occupazione-emigrazione, con donne, bambini e mandrie. In tutto erano più di 100.000 e con essi c’erano anche gruppi di altre popolazioni: Avari, Bulgari, Unni, Gepidi, Sassoni, Eruli, Sarmati, di origine iranica, e un loro sottogruppo: gli Alani, Turingi, Rugi, Svevi e, anche, Romani del Norico e della Pannonia.
15. Tutti fratelli in Adamo ed Eva
Se in Paradiso saranno tra loro fratelli solo i beati, e non certo i dannati, ciò non toglie che Dio ha chiamato alla salvezza ogni uomo, e perciò, in questo senso, siamo tutti fratelli, in quanto tutti discendenti dagli stessi progenitori ed eredi della stessa chiamata.
Ma con l’Incarnazione del Figlio di Dio si inaugura un altro tipo di fratellanza, superiore al precedente ma che non esclude nessuno, nemmeno i progenitori: la fratellanza in Cristo, in cui Gesù è il nuovo Adamo e, in modo diverso e subordinato a lui, Maria è la nuova Eva.
Di conseguenza, semplificando, si potrebbe dire che qui sulla Terra a fare da discrimine fra coloro che sono fratelli è la grazia santificante: chi è in stato di grazia vive della fratellanza in Cristo, mentre chi vive in peccato mortale, no. In ogni caso tutti sono chiamati ad unirsi ai figli di Dio.
Certamente siamo tutti figli di Dio in ordine alla creazione, ma solo chi vive in grazia di Dio gode della sua vita e della sua eredità, per cui solo costoro sono suoi figli nell’ordine della vita soprannaturale, cioè la sua stessa vita comunicata attraverso la grazia.
Qui in Terra a rappresentare la categoria dei figli è la Chiesa cattolica, ma non tutti quelli che appartengono giuridicamente alla Chiesa cattolica sono in stato di grazia e non tutti quelli che non vi appartengono non vivono della grazia santificante. Questa realtà, già adombrata e accennata dalla dottrina della Chiesa nei secoli precedenti, si evidenzia in modo particolare nei documenti del Concilio Vaticano II e dal successivo Magistero papale.
Per cui, quando si parla di fratellanza, occorre specificare a cosa ci si riferisce.
Sul piano esclusivamente ontologico della natura umana, che sta alla base della chiamata alla salvezza, non c’è dubbio che siamo tutti fratelli.
Ogni persona, santa o peccatrice, ha lo stesso tipo di dignità personale, ogni persona ha gli stessi diritti fondamentali, e la vita di ognuno è sacra.
Ogni razzismo, perciò, non è solo un errore sociale e scientifico, ma anche un peccato grave.
Il razzismo non contrasta solo con la dignità umana, che è una realtà spirituale, ma anche con la natura biologica dell’uomo, che è inscindibilmente legata alla sua anima.
Infatti, ogni DNA umano è basato sugli stessi “mattoni” biologici e soprattutto è animato dall’anima, che pur essendo originale in ognuno, ha una natura comune a tutti, perché rende tutti persone.
Ma, oltre al DNA, nell’uomo c’è qualcosa di ancora più raffinato e complesso, così complesso che non può essere spiegato dal DNA: la sua rete neuronale, a cui quella degli animali più evoluti non è minimamente paragonabile.
Intendiamoci: la rete neuronale non è forma dell’anima, né la forma dell’intelligenza e nemmeno delle capacità cognitive dell’uomo, ma può essere paragonata a una sorta di “forma” della storia personale di ognuno, che in qualche modo “descrive” la sua identità, permettendogli di esprimersi concretamente attraverso delle capacità cognitive, condizionate però dalle conseguenze del peccato originale.
Il pensiero, infatti, che supera la complessità della rete neuronale, si esprime attraverso di essa, che, senza gli ostacoli dati dai condizionamenti, basterebbe e avanzerebbe per tutto ciò che serve al suo scopo.
Di fatto, ogni persona potenzialmente ha tutto per esprimere concretamente la propria originalità attraverso una base logica e simbolica comune, ma, a causa delle conseguenze del peccato, spesso non vi riesce perché le sue qualità cognitive non riescono a esprimersi per dei blocchi patologici o traumatici.
Inoltre, particolarmente importanti per la configurazione della rete neuronale sono fattori quali: la lingua madre, la casualità, come ad esempio l’effetto farfalla, l’ambiente in cui si è vissuto da piccoli, ecc.
Semplificando molto si potrebbe dire che i sensi, che sono i canali dell’informazione, mandano i loro segnai alla rete neuronale, che li manda all’anima, che li decodifica e li manda alla psiche, e in questo percorso i condizionamenti, a cominciare dall’ambiente, si possono far sentire in modo nitido
16. Le capacità cognitive non sono determinate dal DNA
Semplificando: se il cervello fosse come una rete di strade, le città sono i neuroni e le strade sono le connessioni tra i neuroni. Quando impariamo qualcosa di nuovo, alcune strade diventano più larghe e veloci: questo è quello che si chiama plasticità sinaptica.
Se due città inizino a scambiarsi messaggi più velocemente è perché la strada tra di loro è stata migliorata.
Infatti tutto, in questa rete stradale, è vivo e in continuo movimento.
Alcuni geni, sono deputati ad aiutare a costruire e rinforzare le strade. Se questi geni non funzionano bene, i messaggi viaggiano più lentamente. Ma se un gene non funziona bene, non dipende dal DNA, ma da un difetto.
Inoltre è da considerare che non esiste un gene che è delegato alla plasticità neuronale, ma una serie di geni, che possono essere sostituiti da una combinazione di geni diversa.
Anche le esperienze che facciamo possono cambiare queste strade. Per esempio, imparare a suonare uno strumento o fare sport può rafforzare alcune connessioni.
Questo avviene grazie all’epigenetica, che è come un interruttore chimico che dice ai geni quando lavorare di più o di meno. Alcuni farmaci, chiamati inibitori HDAC, possono far lavorare meglio questi geni e migliorare le connessioni.
Quando una persona ha un ictus, alcune strade nel cervello vengono danneggiate. Ma ci sono studi che mostrano che diverse versioni di un certo gene possono aiutare il cervello a riparare le strade danneggiate.
Queste versioni di geni, non si formano nel cervello dell’adulto, ma sono ereditarie: l’ereditarietà, perciò, può influire nel frustrare le potenzialità del cervello umano, non nel renderlo superiore.
Ci sono anche casi, anche se non frequenti, in cui, durante la crescita del feto, e perciò non dopo la nascita, possono comparire nuove sequenze genetiche nel cervello, cosa che dimostra come, anche a livello “materiale”, ogni persona non è solo frutto di ereditarietà, ma anche di molti altri fattori.
Il nostro DNA è come un grande libro di istruzioni per il corpo. Alcune pagine di questo libro dicono al cervello come crescere, cambiare e imparare.
Il gene BDNF è una di queste pagine, che “ordina” ai neuroni di crescere e fare nuovi collegamenti. Una sua variante, chiamata Val66Met è come un piccolo errore di stampa nel libro: non è un problema grave, ma fa sì che i segnali tra i neuroni viaggino un po’ più lentamente. Questa variante si eredita dai genitori e si trova in tutto il corpo fin dalla nascita. Non si forma nel cervello dell’adulto. Gli scienziati l’hanno confermato studiando il DNA di tante persone. Ma anche in questo caso siamo di fronte a un “difetto”, dovuto non alla natura umana, ma alle conseguenze del peccato.
Può anche accadere che, quando un bambino è ancora un feto, alcune piccole mutazioni del DNA, non trasmissibili ai discendenti, possono accendere degli “interruttori” speciali chiamati enhancer, che aiutano i neuroni a lavorare meglio e a creare connessioni più forti.
Ma in questo caso tali mutazioni sono dovute in modo determinante alla pura casualità, forse favorita dall’ambiente, e non significano o manifestano nessun privilegio dovuto al DNA o alla “razza”.
Nel cervello degli adulti, alcuni neuroni possono avere piccoli cambiamenti nel DNA (mosaicismo somatico). Questo significa che non tutti i neuroni hanno lo stesso DNA, un po’ come se alcune città avessero strade leggermente diverse.
Ma anche queste variazioni, che possono comportare dei benefici, ma che più comunemente possono causare danni, non si trasmettono ai figli.
Se si considera il cervello come un sistema chiuso, è il sistema di gran lunga più complesso dell’universo.
Ma la complessità non giustifica le funzioni superiori ad esso legate, come il pensiero, ma solo lo rende fisicamente compatibile e più adatto interagire con esso, quasi che fosse il frutto dell’adattamento della materia biologica all’opera dell’intelletto umano.
Negli ultimi anni sono emersi studi che cercano di collegare geni specifici a tratti cognitivi, come creatività o capacità di apprendimento. Tuttavia, molte di queste ricerche sono tendenziose, spesso a sfondo addirittura razzista. La complessità della rete neurale, infatti, è tale, che a una ricerca si può far “dire” quello che si vuole. Spesso, infatti, da dati simili, ricercatori diversi possono trarre conclusioni molto diverse, e a volte contraddittorie.
È vero che alcuni geni sono deputati a funzioni specifiche, come la modulazione dell’umore, della memoria o dello sviluppo neuronale, ma questi geni non agiscono mai da soli: il loro effetto dipende dall’interazione con altri geni, con segnali chimici del corpo e con l’ambiente circostante. In molti casi, altri geni o gruppi di geni possono svolgere ruoli simili, rendendo il sistema estremamente flessibile e ridondante.
Inoltre è da tenere presente che un conto sono i geni che influiscono sull’umore, che ha origine in buona parte fisiologica, anche se poi interagisce con l’anima attraverso la psiche, tanto che l’azione dell’anima può essere importante, e un conto sono le funzioni cognitive, che sono più direttamente legate all’anima e che “usano” il cervello per esprimersi, creando spesso capolavori assoluti con il materiale biologico che è a disposizione, sempre sufficiente in assenza di anomalie, così come faceva Michelangelo coi colori e i marmi che aveva a disposizione.
In certi casi può capitare che, da un deficit cognitivo, possano manifestarsi capacità sorprendenti.
Ad esempio, alcune persone che hanno avuto un danno al cervello hanno poi sviluppato abilità incredibili nel fare calcoli matematici usando soprattutto immagini nella mente. Questo succede perché il cervello è molto flessibile: quando una parte si danneggia, altre parti possono riorganizzarsi e funzionare in modo diverso. Secondo questa idea, il cervello può cambiare così tanto da andare oltre le capacità che sembravano “decise” in partenza dal nostro patrimonio genetico.
Di conseguenza, alcuni sostengono che, allenando il cervello ogni giorno per circa 20 minuti con esercizi vari e stimolanti (per esempio giochi di logica, calcoli mentali, visualizzazioni), chiunque possa migliorare molto le proprie capacità.
In ogni caso, il cervello è più elastico di quanto pensiamo e, se allenato nel modo giusto, soprattutto in giovane età, in certi casi potrebbe sviluppare abilità sorprendenti, senza cancellare la propria storia.
Come la salvezza si realizza attraverso la Croce, così il piano divino si realizza in ogni circostanza.
L’esperienza vissuta e la volontà, come in certe terapie psicologiche, possono creare connessioni alternative o tendere alla guarigione degli squilibri, ma a volte la vera guarigione profonda può avvenire solo con Dio.
In sostanza, il DNA fornisce potenzialità, ma non determina in modo lineare il comportamento o le capacità cognitive.
17. Come i cromosomi sessuali influiscono sul cervello
Dunque le differenze personali della natura umana si “somatizzano” nella rete neurale, così come, in qualche modo, fanno nella materia biologica del corpo umano. Ma il discorso è più complesso, perché occorre fare i conti anche con una differenza così potente che caratterizza e, se così si può dire, assume, ogni differenza: quella legata ai cromosomi sessuali X e Y. Le differenze personali, perciò, rientrano in due categorie: il maschile e il femminile.
Di conseguenza, la differenza di genere incide fortemente anche a livello cerebrale e può manifestarsi non solo psicologicamente, ma anche come una tendenza delle capacità cognitive a livello concreto, nel senso che ci sono due generi di intelligenza che si riflettono in due generi di cervello.
Andiamo più nel dettaglio: le donne hanno due cromosomi X, mentre gli uomini ne hanno uno X e uno Y.
Avere due cromosomi X può dare alle donne un piccolo vantaggio perché, anche se uno dei due cromosomi viene “spento”, circa il 15% dei suoi geni rimane attivo su entrambi i cromosomi.
Questi cromosomi in più che hanno le donne, possono aiutare, ad esempio, nel manifestare l’empatia che esprime un dono dell’anima, nella lettura facciale e nella memoria episodica grazie a estrogeni che regolano ossitocina e plasticità ippocampale.
I maschi, invece, hanno un solo cromosoma X (ereditato dalla madre), ma in più hanno i geni del cromosoma Y, che le femmine non hanno. Questo a livello biologico può determinare, ad esempio, una tendenza ad avere migliori abilità spaziali e di rotazione mentale, legato a testosteroni.
Differenze di una tendenza, paragonabili ad un coefficiente. A livello concreto non sono nulla di più, ma a livello spirituale esprimono un dono dell’anima e un diverso tipo di intelligenza.
Ma, come detto, ciò che più influisce sulla manifestazione visibile delle capacità cognitive è l’ambiente e, perciò, le scelte di vita, l’allenamento cerebrale, la musica, la lingua, il ragionamento astratto, la pura casualità, fattori spirituali, ecc. Tutte cose che interagiscono col DNA formando connessioni incredibilmente complesse, più di quanto sia possibile immaginare visivamente nella nostra mente, che la provvidenza usa secondo la chiamata alla santità di ognuno qui ed ora, in quanto la provvidenza usa ciò di cui dispone.
Il DNA, che non definisce l’intelligenza, ma le coordinate biologiche di una persona, è “compreso” e si adatta al “DNA” dell’anima.
In questo spazio si colloca e si manifesta, storicamente e fenomenologicamente, la vera intelligenza di ogni persona, che nell’essenza è sempre unica e originale, e che è potenzialmente legata alla chiamata divina.
18. Il rapporto tra la visione di Dio e l’intelligenza naturale in Paradiso
L’intelligenza non si può identificare con le capacità cognitive che si manifestano nella vita di una persona e che sono legate, nella loro manifestazione, alla materia biologica.
Certamente l’aspetto biologico manifesta l’intelligenza spirituale come il corpo manifesta l’anima, ma come l’armonia e la salute di un corpo non corrispondono necessariamente a quelle dell’anima, così è l’espressione biologica dell’intelligenza rispetto al dono spirituale.
L’intelligenza, infatti, è un dono spirituale che ha sede nell’anima.
Per San Tommaso d’Aquino l’intelligenza naturale, con cui Dio ha dotato ogni singola anima, in Paradiso sarà aumentata dalla santità raggiunta, ma è importante precisare in che senso.
L’intelletto naturale, in quanto facoltà dell’anima, rimane lo stesso che la persona aveva in vita; la santità non aumenta il “quoziente intellettivo” naturale. Quindi le differenze naturali restano, ma aumenta la luce che perfeziona l’intelletto, che è il fattore essenziale.
In Paradiso, infatti, l’intelletto è elevato e perfezionato da due elementi soprannaturali: la grazia e la gloria.
La luce della gloria (lumen gloriae), infusa da Dio, che è, essa sì, proporzionale alla santità raggiunta, rende l’intelletto capace di vedere Dio faccia a faccia. Quindi, maggiore è la carità, maggiore è la santità raggiunta, e maggiore è la partecipazione alla luce divina. La luce della gloria potrebbe perciò essere definita come intelligenza soprannaturale, immensamente superiore a quella naturale, che comunque non viene annullata ma, piuttosto, assunta e perfezionata dalla visione divina.
In questa prospettiva, l’intelligenza personale è un po’ come la vista di un miope che, in Paradiso, non solo è sana e spiritualizzata (e perciò potenziata secondo la propria natura umana), ma è anche capace di godere della “vista” divina che è soprannaturale, in proporzione alla santità raggiunta.
Ciò non toglie che Dio può, se vuole, aumentare anche l’intelligenza naturale perché è onnipotente: Egli, infatti, può fare tutto ciò che non implica contraddizione e aumentare una facoltà naturale dell’anima non è contraddittorio. Tuttavia normalmente è da presumere che non lo fa, perché la grazia non distrugge né sostituisce la natura, ma la perfeziona secondo il suo ordine.
Se Dio infatti aumentasse l’intelligenza naturale, sarebbe come una sorta di miracolo, che non è un evento ordinario, cioè secondo la natura creata.
Se Dio desse un aumento dell’intelligenza naturale, a livello fondamentale sarebbe superfluo, perché la visione di Dio, in Paradiso, avviene, come detto, per il lume della gloria, non per l’intelletto naturale, che, però, viene perfezionato attraverso la partecipazione alla visione divina.
Perciò ogni beato, attraverso la grazia, vede Dio pienamente (e in Lui ogni cosa) secondo la sua santità, che è determinata dalla carità e non dalla natura. Ma la sua intelligenza naturale, godendo della visione, viene perfezionata e illuminata a seconda dell’intensità di essa.
19. L’intelligenza naturale secondo San Tommaso d’Aquino
San Tommaso d’Aquino distingue:
1) l’intelletto come facoltà naturale dell’anima razionale. È in potenza rispetto alla verità e si esercita normalmente attraverso i sensi, l’immaginazione, il ragionamento discorsivo. Fa da fondamento alle facoltà cognitive pratiche (memoria, attenzione, ragionamento).
2) L’intelletto come habitus (abito) naturale, cioè la capacità di cogliere immediatamente i principi primi (ad es. di non contraddizione). L’intelletto “vede” alcune verità senza discorso. Non è ancora soprannaturale ma è innato, non un ragionamento.
3) L’intelletto come dono dello Spirito Santo, cioè soprannaturale. Non aumenta la potenza naturale, ma rende l’intelletto docile all’azione di Dio permettendo una penetrazione semplice e gustosa delle verità rivelate. È una conoscenza non discorsiva, ma connaturale alle realtà divine.
Secondo la logica tomista, si riceve il dono dell’intelletto anche se non si può articolarlo razionalmente, come nel caso di certe patologie. La conoscenza resta: vera, reale, salvifica, anche se non concettualizzata.
Per Tommaso, perciò, la genetica non può determinare l’intelletto in sé, mentre le facoltà cognitive, cioè l’esercizio dell’intelletto, dipendono dal corpo, e quindi anche dalla rete neuronale.
Il DNA, perciò, come la rete neuronale, per Tommaso non è l’essenza dell’intelligenza naturale, ma è un accidente, cioè una circostanza, da cui possono dipendere certe espressioni concrete dell’intelletto naturale.
Di fatto, il DNA non è una mappa, ma, piuttosto, è come un insieme di leggi da dove inizia a nascere la rete neuronale. Un po’ come fosse la conformazione di un terreno su cui un ingegnere deve adattare il progetto di una costruzione secondo la sua fantasia e il suo estro.
L’attività neurale, infatti, emerge da una sorta di Auto-organizzazione (non DNA) che interagisce con l’ambiente, l’esperienza, ecc.
Perciò, non sono i geni a fare le capacità cognitive, ma è l’anima che adopera i geni del DNA per esprimersi concretamente.
20. Ulteriori precisazioni
La plasticità neuronale emerge dall’interazione tra geni, biochimica, ambiente...
Fattori biochimici: neurotrasmettitori, ormoni, livelli di calcio e altre molecole modulano la plasticità in tempo reale. Le sinapsi possono rafforzarsi o indebolirsi a seconda dello stato biochimico.
Fattori ambientali: esperienze, stimoli cognitivi, nutrizione, stress, relazioni sociali, influenzano la plasticità.
Un ambiente ricco e stimolante può far scattare meccanismi di apprendimento.
È impressionante quanto la plasticità neuronale sia sensibile a fattori diversi che interagiscono fra loro.
Di fatto, più che ad essere i geni a interferire sulla complessità neuronale, è quest’ultima che influisce sui geni: la relazione tra geni e rete neurale non è unidirezionale, ma bidirezionale. In altre parole, la complessità e l’attività del cervello influenzano l’espressione genica, non solo il contrario.
L’attività neurale può attivare o silenziare geni in risposta a stimoli ambientali o esperienze. Questo processo si chiama regolazione genica dipendente dall’attività neuronale.
La causalità non va solo dal DNA al comportamento: va anche dal comportamento/attività al DNA.
La casualità gioca un ruolo importante soprattutto nello sviluppo iniziale delle connessioni neuronali, ad esempio nella formazione delle sinapsi durante i primi anni di vita. Alune connessioni, infatti, si stabiliscono in gran parte casualmente, poi si raffinano (ambiente, attività cerebrale, ricombinazioni casuali di geni in relazione con tutto il sistema neuronale).
21. Pensiero astratto
Cervello e mente operano in due livelli distinti, anche se interconnessi.
Il pensiero astratto, proprio dell’anima, tende a raggiungere il massimo della sua complessità e del suo potere concettuale quando si confronta con l’infinito, l’assoluto e il trascendente, temi centrali della teologia, soprattutto quando si confronta con la Rivelazione.
La teologia, infatti, richiede di pensare l’infinito in termini finiti, e di combinare rigore logico, metafisica e intuizione spirituale, creando concetti astratti di grande potenza.
Di fatto, ha stimolato sviluppi nella logica, nella matematica, nella filosofia, e nella scienza.
La teologia è più astratta anche della matematica, perché i risultati della matematica sono quello che sono, “visibili”, cioè evidenti, mentre la profondità del pensiero teologico, pur essendo coerente, non dà un risultato definitivo. Cioè: se due più due è sempre uguale a quattro, le conclusioni teologiche tendono all’infinito, per cui possono sempre essere approfondite, fino al limite dell’intelletto illuminato dallo Spirito Santo.
Ma il pensiero astratto è anche semplicissimo, tanto che anche chi ha un cervello “semplice” può capire Dio e spesso lo capisce in modo più evidente degli “intelligenti”, e questo è un grande mistero.
22. Limiti del DNA
Il genoma umano conta circa 3 miliardi di basi: incredibilmente denso, ma non sufficiente a specificare ogni neurone, sinapsi (circa 100 trilioni) o circuito. Inoltre, le sinapsi non spiegano il pensiero.
Alcuni studi stimano che ogni neurone possa avere centinaia o migliaia di varianti uniche rispetto al DNA “di base” del corpo. E questo, come visto, non sempre è dannoso: in certi casi è neutrale o addirittura funzionale.
Ma se ogni neurone è leggermente diverso, il cervello è intrinsecamente diversificato, evenienza che può permettere circuiti più flessibili o più robusti. Di conseguenza, il cervello non è solo modellato dall’ambiente, ma anche dalle differenze genetiche tra neuroni.
Quindi, qualsiasi predizione lineare “geni-intelligenza” diventa impossibile.
Ogni cervello umano porta dentro di sé una sorta di “tutto il possibile” a livello genetico neuronale e di fatto l’ordine finale e le capacità emergenti non sono predeterminate dal DNA di base, ma dipendono da: attività neuronale, ambiente, biochimica locale, sviluppo stocastico.
Cosa che sembra confermata da studi sui gemelli, soprattutto monozigoti, tenuto conto che, anche quando sono stati separati alla nascita, hanno comunque condiviso lo stesso “microclima” per nove mesi.
23. Limiti della rete neuronale
Anche per un cervello teoricamente illimitato esiste un limite di elaborazione istantanea, perché il tempo di percezione ed elaborazione non può essere azzerato. C’è, cioè, un tempo di risposta delle sinapsi e una velocità di trasmissione dei segnali, per cui le reti neuronali richiedono un certo tempo per integrare le informazioni.
Ciò mette un tetto alla quantità di informazioni che possono essere processate, ad esempio, in un secondo.
Ci sono poi limiti percettivi e attentivi. Il cervello cioè può percepire soltanto una certa quantità di stimoli simultaneamente; un sovraccarico porterebbe a una selezione. In un singolo istante, infatti, un cervello non può elaborare più di una certa quantità di informazione.
La potenzialità totale del cervello viene così limitata dal tempo, come un computer con le operazioni.
Anche la densità delle operazioni ha un limite. Il tempo è forse il principale limite alla percezione istantanea.
Il tempo è analogico, cioè continuo, mentre il modo di misurarlo è digitale, cioè discreto.
Anche la plasticità neuronale è analogica, nel senso che cambia in modo graduale e continuo, ma usa meccanismi digitali (impulsi neurali tutto o nulla…). Quindi la plasticità neurologica ha una base analogica con segnali digitali.
Il pensiero però va oltre i vincoli materiali delle connessioni cerebrali. Infatti non è riconducibile alla somma dei segnali neuronali, ma è un fenomeno emergente.
Le idee astratte non esistono nello spazio fisico delle sinapsi. Noi, infatti, possiamo fare ragionamenti combinatori che implicano molte possibilità simultanee, più di quante i neuroni ne possono rappresentare in un singolo istante. E la mente può esplorare combinazioni astratte che vanno oltre il punto di saturazione funzionale, oltre il quale la materia extra non migliora la percezione immediata.
Di conseguenza, anche un cervello infinito non può pensare cento cose diverse nello stesso istante ed averne consapevolezza, perché i segnali non si integrano istantaneamente.
Per cui, anche ammettendo due cervelli con potenzialità biochimiche diverse, nel senso che uno contiene più connessioni ed ha più vitalità elettrica dell’altro, quello meno “potente” può raggiungere gli stessi risultati dell’altro, in quanto può raggiungere il massimo dei concetti percepibili.
Di fatto, anche una teoria molto complessa e profonda come la Relatività, può essere compresa da tutti, se la si studia in modo adeguato e alle giuste condizioni.
Perciò è necessario che il cervello debba funzionare bene per poter esprimere concretamente le facoltà spirituali dell’intelletto, ma queste non si riducono alla pura biologia.
24. Due casi limite
Facciamo due esempi, uno ripreso dalla realtà e uno ipotetico.
Il caso reale è stato studiato negli anni ’80 da Jhon Lorber. Riguarda uno studente universitario inglese di matematica affetto da grave idrocefalia, praticamente senza cervello, ma solo con uno strato di tessuto cerebrale inferiore a un millimetro, sul tessuto spinale. Questo ragazzo si è laureato con lode e aveva un Quoziente Intellettivo (QI) di 126, cioè superiore alla media, e ha condotto una vita normale.
Lorber ha studiato altri 600 casi più o meno simili, notando che la metà di quelli più estremi, mantenevano un QI superiore a 100 grazie a una “riserva cerebrale” nelle strutture profonde.
Il secondo esempio è quello di un uomo col un cervello di 1500 kg, cioè 10.000 volte più grande di quello di un uomo normale, con connessioni neuronali molto dense e perfettamente funzionanti.
Ma, come visto, questo cervello avrebbe dei limiti che non solo lo frenano, ma lo sfavoriscono.
Infatti, i segnali cerebrali avrebbero molta più strada da percorrere, per cui arriverebbero a destinazione molto tempo dopo e i troppi neuroni aumenterebbero enormemente i tempi di sincronizzazione senza per questo migliorare la profondità del pensiero, perché il materiale biologico è quello. Tutto ciò rallenterebbe enormemente il processo cognitivo legato alla sua espressione biologica.
E oltre un certo numero di connessioni neuronali (circa 10 elevato a 20) non si può andare, perché altrimenti vi sarebbe caos, cioè “rumore”: vi sarebbero pensieri confusi e tanti pensieri che disturbano, che “girano” per il cervello senza portare a nulla (a meno di una selezione interna di segnali, che toglierebbe il rumore senza però velocizzare il cervello). Inoltre, tra il 50-90% dei segnali lontani si perderebbero.
In conclusione, non solo la Rivelazione e la filosofia dimostrano che tutti gli uomini possiedono pari dignità, e perciò ogni razzismo o spirito di superiorità è assurdo, ma anche la scienza.
INDICE
1. La genealogia di Gesù pag. 1
2. Storia della salvezza pag. 1
3. Storia personale, identità e senso della storia pag. 1
4. Discendenza secondo la carne e secondo lo spirito: Gesù e Maria pag. 2
5. Alle origini della nostra storia pag. 2
6. Le ricerche genetiche pag. 3
7. Tre livelli di eredità genetica pag. 4
8. Discendenza genealogica e discendenza genetica pag. 5
9. Popolazioni delle steppe come esempio di mescolamento pag. 5
10. Cosa sono le etnie pag. 6
11. Il popolo di Israele pag. 6
12. Gli ebrei in Italia pag. 8
13. Roma pag. 9
14. L’Italia pag. 10
15. Tutti fratelli in Adamo ed Eva pag. 11
16. Le capacità cognitive non sono determinate dal DNA pag. 12
17. Come i cromosomi sessuali influiscono sul cervello pag. 14
18. Visione di Dio e intelligenza naturale in Paradiso pag. 14
19. L’intelligenza naturale secondo San Tommaso d’Aquino pag. 15
20. Ulteriori precisazioni pag. 16
21. Pensiero astratto pag. 16
22. Limiti del DNA pag. 16
Limiti della rete neuronale pag.
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